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La battaglia di Okinawa

Il 6 giugno le piogge cessarono ma il terreno era ormai un enorme e intricato pantano che poneva le truppe d'invasione di fronte a grosse difficoltà di approvvigionamento.

Il 7 giugno la 1ª Divisione, ora sul fianco destro del III Corpo, avanzò verso la costa orientale a nord di Itoman e raggiunse la 6ª Divisione isolando la guarnigione giapponese di Oroku dal resto delle truppe di Ushijima.

L'11 giugno il 7º marines avanzò fino alla formazione rocciosa di Kunishi, dove si trovavano le posizioni nemiche del limite occidentale dell'ultima linea di difesa di fronte a Kiyamu.

Qui il 7º marines ingaggiò un furioso combattimento contro le difese giapponesi, le quali potevano sfruttare le colline di Mezado e Yuza, a est e ovest di Kunishi, dalle quali i difensori potevano scatenare un intenso fuoco contro i marines allo scoperto.

Solo l'appoggio di carri armati che trasportavano i rinforzi e offrivano fuoco di supporto ai marines avvinghiati alla cima di Kunishi, riuscì a sbloccare la situazione, e dopo tre giorni e tre notti di combattimenti la collina venne definitivamente conquistata la notte del 16 giugno.

Mentre il 7º marines terminava la progressiva occupazione di Kunishi, l'8º marines della 2ª Divisione che era giunto a rinforzo della 1ª Divisione marines, si portò in prima linea per l'attacco finale, che venne sferrato il 17 giugno all'alba dal 22º Reggimento e dall'8º, appena arrivato, e cima Mezado venne conquistata.

Il generale Buckner, desideroso di ispezionare le truppe e rendersi conto della situazione, il 18 giugno si recò sulla cresta del Mezado per osservare col binocolo i progressi dei marines in avanzata.

Verso le 13:00 cinque proiettili giapponesi si abbatterono sulla cresta, e dopo che la nuvola delle esplosioni si disperse, gli uomini in cima si accorsero che Buckner era stato colpito al petto da una scheggia.

Egli morì dieci minuti dopo, e Geiger fu promosso tenente generale e nuovo comandante della 10ª Armata.

Era la prima volta che un ufficiale dei marines prendeva il comando di una tale unità, anche se il suo comando durò appena cinque giorni, dopodiché la 10ª Armata passò agli ordini del generale Joseph Stilwell.

Il 4 giugno i superstiti della 32ª Armata che presidiavano l'ultima linea difensiva di Kiyamu, erano state ridotte di 20.000 unità e tale perdita, secondo le dichiarazioni ufficiali giapponesi, fu motivata dalla resistenza opposta nelle operazioni di ritirata.

Quello stesso giorno Buckner aveva spostato verso ovest le linee di demarcazione fra il XXIV Corpo e il III Corpo anfibio, e il compito affidato alle truppe di Hodges non fu più facile di quello che dovettero affrontare la 6ª e la 1ª Divisione marines.

La 7ª ela 96ª Divisione avrebbero dovuto conquistare la scarpata Yuza Dake-Yaeju Dake, e i combattimenti per questa posizione continuarono sanguinosi per ben due settimane, prima che queste due divisioni di fanteria riuscissero a eliminare la resistenza giapponese. Nel periodo 4-8 giugno si raggrupparono e tentarono di guadagnare posizioni favorevoli per l'attacco del 9 giugno.

Nonostante l'impiego di carri lanciafiamme, carri armati, cannoni d'assalto e le nuove armi da 57 e 75 mm senza rinculo mandate a Okinawa per essere sperimentate in combattimento, le truppe della 44ª Brigata mista e della 24ª Divisione resistettero accanitamente.

L'11 giugno l'attacco penetrò in una breccia attraverso le truppe della 44ª Brigata, e le posizioni giapponesi iniziarono a cedere, così Ushijima ordino alla 62ª Divisione di avanzare in prima linea ma il fuoco d'artiglieria americana ostacolò il suo spostamento, con il risultato che solo pochi soldati giapponesi poterono arrivare a destinazione. Sfruttando la confusione la 96ª Divisione avanzò nel perimetro di Yuza Dake sul fianco sinistro della 10ª Armata, mentre la 7ª Divisione avanzò abbandonando la costa, e la sera del 17 giugno i reggimenti del XXIV Corpo potevano controllare tutto il terreno sopraelevato nella loro area.

Tutto ciò che restava della 32ª Armata, unità regolari e sbandati, si trovava ora bloccato fra il fronte dell'esercito americano e il mare. I giapponesi organizzarono quindi due centri isolati di resistenza finali, uno attorno a Medeera e l'altro nell'area di Mabuni; il primo tenuto dalla 24ª Divisione e il secondo, in prossimità della collina 89, era difeso da elementi del quartier generale e da soldati sbandati. Il 19 giugno la 6ª Divisione iniziò il rastrellamento del settore sud-ovest che portò a termine il 21, mentre i giapponesi rinchiusi nelle posizioni di Yaeju e Yuza e tartassati dalle due divisioni di fanteria americane iniziarono ad arrendersi in piccoli gruppi. Attorno al quartier generale e a Medeera la resistenza continuò imperterrita fino al 21 giugno quando le truppe dei due corpi americani dichiararono cessata ogni forma di resistenza organizzata.

Alle 13:05 del 21 giugno Geiger annunciò che l'isola di Okinawa era completamente occupata dalle forze americane, e il giorno dopo si tenne una cerimonia formale di alzabandiera della 10ª Armata, alla presenza di tutte le unità che avevano preso parte ad Iceberg.

Lo stesso 22 giugno Ushijima e Chō si tolsero la vita secondo il codice Bushidō, come la maggior parte delle loro truppe avevano fatto per evitare il disonore di cadere prigioniere. Il 25 giugno anche il quartier generale imperiale annunciò la fine delle operazioni e concentrò i suoi sforzi nella preparazione difensiva delle isole della madre patria. Per salvaguardare i reparti americani impegnati a trasformare Okinawa in una base fissa per ulteriori azioni contro il Giappone, il 23 il generale Stilwell ordinò alle cinque divisioni che avevano compiuto l'avanzata finale di effettuare un massiccio e coordinato rastrellamento della parte meridionale di Okinawa, che si concluse sette giorni dopo, terminando definitivamente i combattimenti ad Okinawa.

Durante la battaglia di Okinawa i piloti kamikaze compirono tra l'11 marzo e la fine di giugno circa 1700 missioni suicide nella zona, e nonostante questo sacrificio, nemmeno con questo tentativo fu possibile per i giapponesi cambiare il corso della battaglia.

Il primo attacco del 6 aprile («Kikusui n°1») fu il più numeroso e violento di tutta la campagna, dove un totale di circa 700 aerei lasciò Kyūshū per il primo di dieci attacchi coordinati che causò alle navi americane a largo di Hagushi l'affondamento di 26 unità e il danneggiamento di altre 164, anche se le unità maggiori non subirono danni tali da essere costrette a ritirarsi definitivamente.

L'ammiraglio Ugaki organizzò numerose incursioni su Okinawa e tra queste, quella del 12 e 13 aprile con circa 320 apparecchi (tra cui 165 kamikaze, 150 aerei convenzionali e qualche bimotore trasportante bombe Oka) che verso mezzogiorno si lanciarono contro la flotta americana. La caccia e la contraerea reagirono prontamente e abbatterono un gran numero di attaccanti, ma gli aerei che riuscirono a superare le difese della flotta causarono gravissimi danni, danneggiando pesantemente la portaerei USS Enterprise che dovette ritirarsi per le riparazioni, le corazzate USS Missouri, USS Tennessee, USS Idaho e New Mexico, otto cacciatorpediniere, due dragamine, un grande mezzo da sbarco e due cacciatorpediniere di scorta.

In ultimo nel settore nord di Okinawa i kamikaze affondarono anche il posamine Abele e due cannoniere, mentre l'incrociatore leggero USS Oakland, cinque cacciatorpediniere, un caccia di scorta e un dragamine riportarono gravi danni.

Dinanzi a questa minaccia la Quinta Flotta effettuò numerose e pesanti incursioni tra il 15 e il 16 aprile contro gli aeroporti di Kyūshū, distruggendo molti aerei al suolo, ma Ugaki il 16 aprile rispose lanciando un nuovo attacco kamikaze con 155 aerei che affondarono il cacciatorpediniere Pringle e danneggiarono la portaerei USS Intrepid che dovette rientrare a Ultihi, mentre altri tre caccia, due dragamine, due cannoniere e una petroliera subirono gravissimi danni.

Le perdite causate dai kamikaze incominciarono ad essere drammatiche perché non solo le navi in avaria dovevano lasciare la posizione per essere riparate a Ulithi o addirittura tornare negli Stati Uniti, ma altre unità dovevano essere adibite alla loro scorta e alla loro protezione, riducendo sempre di più gli effettivi della flotta.

Sebbene il numero di navi a Okinawa fosse notevolissimo, questi attacchi causarono molti problemi, e si calcolò che se gli attacchi fossero continuati con questa forza e con lo stesso ritmo, nel giro di 15 giorni la flotta sarebbe stata costretta a lasciare le acque di Okinawa.

Ma i giapponesi scarseggiavano ora sia di piloti che di aerei e in maggio il numero di aerei kamikaze utilizzati nelle missioni «Kikusui» calò drasticamente e in giugno le missioni furono solo due con meno di un centinaio di velivoli in totale che non causarono nessun grave danno.

Nel frattempo gli aerei della TAF, che gradualmente avevano sostituito gli aerei delle Task Force nella difesa dell'isola, erano ormai diventati i padroni dei cieli e con le loro 3.521 missioni di pattugliamento in aprile abbatterono 143 aerei nemici prima che questi potessero avvicinarsi alla flotta.

Dopo la disastrosa battaglia del Golfo di Leyte la marina imperiale aveva perso ogni effettiva capacità di imbastire operazioni di ampio respiro, deficienza aggravata dalla penuria di nafta.

Il 26 marzo 1945, dinanzi alla massiccia offensiva statunitense al suolo nazionale, gli ammiragli Mitsumasa Yonai e Soemu Toyoda furono costretti a tentare una qualche contromossa: l'11º Squadrone cacciatorpediniere lasciò due giorni dopo gli ancoraggi per incontrarsi con la 2ª Flotta a Kure (la principale formazione da battaglia nipponica nel corso del conflitto) e tutte le unità si sarebbero dirette versoKabuto Jima: la squadra sarebbe quindi uscita oltre lo stretto di Bungo, costeggiato le spiagge meridionali di Kyūshū e diretto a nord verso Sasebo, al solo scopo di attirare navi nemiche nel raggio d'azione dei velivoli a terra[106]. Inizialmente, dunque, la 2ª Flotta avrebbe agito da flotta-civetta, ma gli imponenti sbarchi su Okinawa decretarono un netto cambiamento nei piani giapponesi; la flotta doveva uscire in mare aperto e ingaggiare battaglia con il favore di un grande attacco aereo[107].

La 2ª Flotta era guidata nell'aprile 1945 dal viceammiraglio Seiichi Itō, un competente ufficiale che però aveva ben poca esperienza di comandi in guerra. Egli issò le sue insegne sulla grande corazzata e nave ammiragliaYamato ed ebbe ai sui ordini anche gli otto cacciatorpediniere della 17ª, 21ª e 41ª divisione, condotti dall'incrociatore leggero Yahagi. Queste navi partirono da Ube il 6 aprile alle 06:00, con l'ordine tassativo di arenarsi sulle spiagge di Okinawa e sostenere fino all'esaurimento delle munizioni la guarnigione dell'isola[108]. La traversata fu tranquilla fino alle 11:30 dell'8 aprile, quando i caccia Mitsubishi A6M "Zero" di scorta avvistarono un idrovolantestatunitense; subito dopo la stazione radio di Amami Ōshima (l'isola più settentrionale delle Ryūkyū) segnalò il passaggio in massa di oltre 250 velivoli imbarcati con rotta nord-ovest. A mezzogiorno circa i radar delle navi nipponiche localizzarono lo stormo nemico in rapido avvicinamento e, in pochi minuti, aerosiluranti e bombardieri in picchiata si gettarono sulla 2ª Flotta nel punto esatto 31°N, 128°E, approfittando di persistenti coltri di nubi. La contraerea si scatenò in leggero ritardo e, nonostante gli sbarramenti, i velivoli nemici non furono sviati e pochi furono centrati; anche le successive ondate non trovarono eccessive difficoltà nel tempestare di bombe e siluri le navi giapponesi, che nel frattempo avevano perduto ogni coordinazione e sparavano con tutte le armi di bordo pur di salvarsi.[109]. Gli sforzi furono comunque vani e alle 15:00 la Yamato era già stata troncata in due dalla formidabile esplosione delle riserve di granate da 457 mm; anche l'incrociatore Yahagie i cacciatorpediniere Asashimo e Hamakaze erano stati affondati. Lo Isokaze e il Kasumi, invece, immobilizzati in pieno mare, furono affondati dalle navi sorelle dopo che gli equipaggi furono tratti in salvo. I quattro caccia superstiti si ritirarono a Sasebo; l'operazione costò al Giappone sei navi da guerra su dieci, e la vita di oltre 2 500 marinai. L'ultima uscita della marina giapponese si concluse con un completo fallimento[110].

Gli americani il 1º aprile sbarcarono praticamente senza subire perdite, dividendo immediatamente i due corpi impegnati negli sbarchi in due rispettive linee d'avanzata; i marines (i cui volontari per la prima volta nella guerra si trovarono accanto alle reclute di leva) avanzarono verso nord, nord-est, mentre l'esercito verso la parte meridionale, dove si ebbero gli scontri più violenti e sanguinosi di tutta la campagna di Okinawa.

Quando il 6 aprile gli americani arrivarono sulla linea che difendeva le città di Shuri e Naha, si resero conto di quello che li avrebbe aspettati durante tutta la loro avanzata terrestre, e allo stesso tempo conobbero la furia dell'offensiva aero-navale giapponese contro la flotta da sbarco.

Gli americani avevano già avuto prova della ferocia dei kamikaze, quando tra il 18 e il 19 marzo la TF 58, ancora comandata da Mitscher effettò un'azione preliminare di sbarco subendo gravi perdite, ma solo il 6 aprile i comandanti americani capirono la determinazione con cui le forze nemiche intendevano colpire la flotta.

Respingere i kamikaze fu un'impresa molto difficile, fra il 6 aprile e il 29 luglio quattordici cacciatorpediniere furono affondate da piloti suicidi, assieme a oltre 17 LST, navi munizioni e svariati altri mezzi da sbarco all'interno dello sbarramento di protezione.

Circa 5.000 furono i marinai americani che perirono durante la campagna di Okinawa, la perdita più grave per la marina durante tutta la guerra nel Pacifico, compresa Pearl Harbor.

Fra il 6 aprile e il 10 giugno i kamikaze svolsero la maggior parte delle loro missioni, con dieci attacchi di massa tra i 50 e i 300 aerei, che oltre agli affondamenti appena descritti, danneggiarono anche diverse grandi unità, tra cui le portaerei Enterprise, Hancock e Bunker Hill, quest'ultima l'ammiraglia di Spruance, che ebbe 396 morti durante un attacco kamikaze.

Le portaerei americane, che avevano la corazzatura sopra la sala macchine e sotto i ponti di volo, patirono un grosso divario con le quattro portaerei britanniche della TF 57, e fu proprio la corazzatura dei loro ponti di volo, una precauzione resa necessaria contro il tiro d'artiglieria che era più facile incontrare nelle acque europee più ristrette, a permettere alle portaerei britanniche di sopportare meglio, e con meno danni, gli attacchi kamikaze.

Alla fine questi dovettero essere sospesi prima di infliggere perdite irreparabili per la flotta da sbarco, perché i giapponesi cominciavano ad essere a corto sia di aerei che di piloti; le incursioni calarono drasticamente di numero con il prosieguo delle operazioni, e in maggio furono affondate solamente quattro navi nemiche.

Non ebbe cali però il logorio nervoso degli equipaggi delle cacciatorpediniere, i quali avendo il compito di proteggere la flotta, furono logicamente schierate ai suoi limiti per tutto il perdurare della campagna.

Questo fatto causò tensioni tra Nimitz e Buckner; infatti con il prolungamento delle operazioni di terra, l'ammiraglio lamentava la perdita di «una nave e mezza al giorno» con questo ritmo di avanzata, ma Buckner difese risolutamente la sua tattica metodica e calcolata.

I suoi uomini a terra dovevano quotidianamente scontrarsi con linee difensive ben strutturate, spazzate da piogge incessanti che facevano impantanare i carri armati a supporto delle truppe, e difese fanaticamente dai giapponesi che si battevano fino alla morte in ogni condizione, imponendo ritardi in ogni azione d'attacco. I ritmi dell'avanzata erano dunque dettati dai difensori, i quali cessarono la loro resistenza solo a fine giugno, quando gli ultimi 4.000 giapponesi si arresero.

L'operazione Iceberg dimostrò inoltre la validità della tattica anfibia sviluppata negli anni dal corpo dei marines e dalla marina, che diede una grande mano alle operazioni di terra con le numerosissime azioni di copertura di fuoco e di rifornimento per le truppe.

Secondo lo storico Frank, la componente principale del successo di Okinawa fu la cooperazione fra le diverse armi, che collaborarono per smantellare le postazioni fortificate giapponesi assieme alle forze speciali, alle manovre d'aggiramento facilitate da specifici sbarchi anfibi di piccola portata e alle forze corazzate che snidarono moltissime posizioni nemiche col fuoco d'artiglieria e con i lanciafiamme.

A tal proposito Sheperd scrisse: «Se si dovesse scegliere l'arma che maggiormente contribuì al successo, si dovrebbe certamente scegliere il carro armato», cosa che confermò anche Ushijima dicendo: «La potenza del nemico sta nei suoi carri. È ovvio che la nostra grande battaglia contro le forze americane, è contro i loro...carri armati».

Ma la campagna fu caratterizzata anche dall'efficace tattica nipponica: contrariamente a quanto avvenuto in precedenti occasioni, i giapponesi non attaccarono direttamente la testa di ponte, ma attuarono una difesa in profondità simile a quella messa in atto durante la riconquista americana delle Filippine.

Dal momento che le truppe d'invasione presero terra a Hagushi, fino all'occupazione del sud dell'isola, le truppe americane furono incessantemente sotto il fuoco di piccole postazioni in cui si asserragliavano piccole unità sia provvisorie sia veterane.

Le vaste opere di fortificazione attorno a Shuri e le postazioni di arma automatica in cima alle colline e collegate l'una all'altra con gallerie, consentirono ad Ushijima di mettere in pratica una tattica difensiva caparbia ed efficace, che nonostante l'enorme superiorità nemica, consentì alla 32ª Armata di portare a termine il proprio compito; ossia consentire al Giappone di continuare i lavori di difesa del territorio nazionale.

I bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki annulleranno poi tutti questi sforzi, ma Ushijima ebbe comunque il merito di aver compiuto il compito affidatogli.

Secondo i dati riportati dallo storico John Keegan, le divisioni dell'esercito americano ebbero all'incirca 4.000 morti, il corpo dei marines 2.938, mentre gli aerei distrutti furono 763 e 38 le navi affondate.

I giapponesi avevano perso 16 navi e l'incredibile cifra di 7.800 aerei, oltre un migliaio dei quali in missioni suicide, mentre a terra trovarono la morte praticamente tutte le truppe a difesa di Okinawa. La stragrande maggioranza delle truppe nipponiche sull'isola, i marinai nelle basi a terra, i fucilieri di prima linea, e perfino gli scritturali, i cuochi e gli addetti ai servizi del lavoro locali trovarono il modo di suicidarsi; in tutto i prigionieri furono circa 7.400, compresi i feriti troppo gravi per riuscire a suicidarsi; tutti gli altri, circa 110.000 in totale, morirono in combattimento o compiendo hara-kiri, rifiutandosi di arrendersi. Leggermente diverso è il bilancio documentato da Bernard Millot: 4.679 caduti e 18.098 feriti per l'esercito e 2.934 caduti e 13.703 feriti per i marines, mentre stima in 4.907 caduti e 4.824 feriti per la marina, per un totale di 49.145 perdite tra le truppe d'invasione.

Leggermente diversi sono anche i dati tra le perdite materiali, calcolate in 768 aerei persi (458 dei quali per opera del nemico) e 36 navi affondate mentre 368 furono le imbarcazioni danneggiate più o meno gravemente.

I giapponesi ebbero secondo Millot oltre 100.000 morti, 76.000 dei quali dell'esercito e della marina, circa 20.000 uomini arruolati in loco e 10.000 civili che si trovarono in mezzo ai combattimenti, mentre i prigionieri furono circa 7.400 a cui si aggiunsero circa 3.000 uomini di Okinawa arruolati nell'esercito imperiale e arresisi nel corso della campagna.

Le perdite materiale in questo caso solo leggermente inferiori, riportate in 7480 aerei, a riprova della grande importanza che i giapponesi attribuirono alla difesa di Okinawa.

Probabilmente più accurate sono le perdite registrate dallo storico Benis Frank per entrambi gli schieramenti, anche se si discostano di poco dai numeri finora presentati. Secondo Frank gli americani ebbero in totale 7.374 morti, 31.807 feriti e 230 dispersi tra le truppe di terra, mentre 4.907 marinai persero la vita, e 4.824 rimasero feriti.

Le perdite materiali furono di 763 velivoli persi e 34 unità navali affondate, mentre 368 furono quelle danneggiate. I giapponesi ebbero invece 107.439 morti, 23.764 dispersi e 10.755 prigionieri, con 7.830 aerei persi e 16 navi affondate, ma poiché in questo caso le perdite complessive giapponesi ammontano a 142.058 uomini, superando la stima dei combattenti, l'autore ritiene che circa 42.000 fossero i civili caduti direttamente nell'ambito delle operazioni americane sull'isola.

Deduzione peraltro confermata dallo storico Martin Gilbert, che però indica il numero di morti civili nelle operazioni militari americane in circa 20.000.

Queste morti tra i civili derivano per la maggior parte dal fatto che migliaia di abitanti si nascosero nelle grotte e nelle caverne dell'isola per sfuggire alla furia dei combattimenti, ma quando queste caverne furono occupate dalla guarnigione giapponese, ogni caposaldo o grotta fu investita dalla fanteria americana nelle azioni di rastrellamento.

Lo storico John Keegan conferma tale tesi, e stima il numero complessivo dei civili caduti tra le 70.000 e le 160.000 unità, mentre Gilbert riporta la cifra intermedia di 150.000 civili morti.

Le cifre dei civili uccisi durante la battaglia di Okinawa oscillano enormemente, e oltre alle morti attribuibili alle azioni di rastrellamento americane, un numero imprecisato di civili persuasi dalla propaganda nipponica che descriveva i soldati americani come belve capaci di orribili atrocità, uccisero le proprie famiglie e si suicidarono per evitare la cattura. Intere famiglie si lanciarono dalle scogliere dove ora sorge il Parco nazionale di Okinawa Senseki, le cui lapidi riportano la cifra di 237.318 uomini, di cui più di 140 mila civili residenti, 14 mila gli americani. Altre migliaia di abitanti del luogo furono utilizzati dalle guarnigioni giapponesi come scudi umani o uccisi o spinti a suicidarsi dalle stesse truppe nipponiche.

La conquista di Okinawa rappresentò un tremendo monito per quel che le forze americane avrebbero dovuto aspettarsi man mano che la guerra nel Pacifico di avvicinava al perimetro difensivo dell'arcipelago nipponico. Fino a quel momento la guerra contro il Giappone per quanto riguarda il numero di perdite umane fu una piccola guerra se comparata alle perdite e ai mobilitati in Europa, nonostante le sue dimensioni geografiche e i mezzi aero-navali utilizzati non avessero eguali.

In Europa gli uomini mobilitati furono oltre 40 milioni, mentre nel Pacifico i Giapponesi ne avevano mobilitato circa 6 milioni, anche se cinque sesti di quelli dislocati al di fuori delle isole nazionali erano in Cina, mentre il numero di quelli impegnati nelle isole era probabilmente inferiore a quello utilizzato dagli americani, che nel Pacifico mobilitarono circa 1 milione e 250.000 uomini, dei quali meno di mezzo milione appartenevano alle divisioni dell'esercito e dei marines impegnati nei combattimenti.

Rispetto alla guerra in Europa, e dimensioni dei combattimenti di terra della guerra del Pacifico erano veramente piccole, ma queste dimensioni, dopo Okinawa si gonfiarono improvvisamente. La resa della Germania significava che tutte le novanta divisioni mobilitate negli Stati Uniti e la maggior parte delle sessanta divisioni dell'impero britannico potevano essere disponibili per l'invasione del Giappone, unitamente a quelle dell'Armata Rossa che Iosif Stalin poteva far intervenire non appena avesse dichiarato guerra, come aveva promesso, una volta sconfitta la Germania, alla conferenza di Teheran nel novembre 1943.

Dopo Okinawa però nemmeno queste cifre potevano garantire una vittoria rapida e a buon mercato; Okinawa e il Giappone si somigliavano come terreno, ma il Giappone offriva una serie quasi infinita di posizioni difensive fra colline, montagne, foreste dalla quali resistere all'invasore. Il 18 giugno l'ammiraglio William Leahy, presidente del comitato dei capi di stato maggiore della marina (Chief of Staff to the Commander in Chief of the Army and Navy - CJCS), fece presente al presidente Harry Truman che le divisioni impegnate a Okinawa avevano subito perdite pari al 35% degli effettivi, e una percentuale simile era prevedibile nell'attacco contro Kyūshū, la prima delle isole giapponesi prescelte per l'invasione (operazione Olympic). Sui 767.000 previsti nell'operazione, il totale dei morti e dei feriti sarebbe potuto quindi arrivare a 268.000 uomini, vale a dire quanti soldati gli Stati Uniti avevano perso fino a quel momento in tutto il mondo su tutti i fronti.

E da una fonte che non fu mai identificata, iniziò a circolare la voce negli ambienti dei pianificatori strategici americani, il dato di previsione di «un milione di perdite» per l'invasione di quelle isole.

Il piano del comitato dei capi di stato maggiore (JCS) redatto a Washington a fine maggio prevedeva l'invasione di Kyūshū nell'autunno del 1945, seguita dall'invasione di Honshū (operazione Coronet) nel marzo 1946. L'esercito, la cui linea era in buona parte decisa da MacArthur, prevedeva che la guerra si sarebbe conclusa solo con una invasione, mentre l'aviazione e la marina sostenevano che l'occupazione delle coste cinesi avrebbe permesso ai bombardieri di battere la resistenza giapponese. Tuttavia il bombardamento strategico attuato contro il Giappone, seppur devastante, fino a quel momento non aveva intaccato la volontà del governo giapponese di continuare la guerra, e di conseguenza prevalse l'opinione di MacArthur.

I comandanti militari giapponesi, che di fatto controllavano il paese, non avevano nessuna intenzione di arrendersi e a metà estate il governo americano iniziò a perdere la pazienza nei confronti dell'intransigenza giapponese cedendo alla tentazione di farla finita in un modo unico, spettacolare e incontestabilmente decisivo. Washington grazie alle intercettazioni di Magic, sapeva che il governo di Suzuki Kantarō (succeduto a Koiso in aprile), stava intavolando negoziati segreti con i sovietici, che sperava facessero da mediatori, e sapeva inoltre che la formula della «resa incondizionata» formulata nel 1943, era considerata una seria minaccia dai giapponesi al loro sacro sistema imperiale. Ma mentre i sovietici non pensavano affatto di fare i mediatori, la volontà degli Stati Uniti di aspettare cominciò a ridursi durante l'estate, e il 26 luglio fu trasmessa a Tokio la dichiarazione di Potsdam, con la minaccia della «completa distruzione del territorio nipponico» se il governo non avesse accettato la resa incondizionata[120].

Dal 16 luglio il presidente Truman sapeva che la «completa distruzione» era possibile da parte americana, perché proprio quel giorno ad Alamogordo era riuscita la prima esplosione nucleare sperimentale. Il 21 luglio a Potsdam, lui e Churchill si erano detti d'accordo, in linea di principio, all'utilizzo di quella nuova arma, e il 25 luglio ne venne informato anche Stalin.

Il giorno dopo Truman ordinò al generale Carl Spaatz, comandante delle forze aeree strategiche, di lanciare la prima bomba speciale non appena le condizioni meteorologiche avessero consentito il bombardamento a vista dopo il 3 agosto, su uno degli obiettivi tra Hiroshima, Kokura, Niigata e Nagasaki.

La decisione di porre fine alla seconda guerra mondiale con una super-arma rivoluzionaria era stata presa.

Il 6 agosto il B-29 Enola Gay sganciò la bomba all'Uranio-235 "Little Boy" su Hiroshima, e poche ore dopo, mentre fra le rovine della città giacevano 78.000 persone, la Casa Bianca emanò la prima richiesta di resa incondizionata ai giapponesi, minacciando altri attacchi. Non avendo ricevuto risposta il 9 agosto gli americani rinnovarono l'attacco, facendo partire un altro B-29 da Tinian, che bombardò Nagasaki con una seconda atomica, "Fat Man", causando la morte istantanea di 25.000 persone.

L'8 agosto l'Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e quello stesso 9 agosto attaccò la Manciuria, dove gli scontri proseguirono fino al 20 agosto, giorno in cui tutte le forze giapponesi nel Pacifico si arresero a seguito dell'annuncio di resa dell'imperatore Hirohito avvenuto il 15 agosto.

Leggi anche: La battaglia di Okinawa - Prima parte - La battaglia di Okinawa - Seconda parte - La battaglia di Okinawa - Terza parte

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