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L'eccidio di Celano fa riferimento ad un fatto di sangue avvenuto in Italia la sera del 30 aprile 1950, quando furono esplosi alcuni colpi di arma da fuoco contro un gruppo di braccianti radunati nella piazza di Celano: due uomini caddero morti e diversi furono i feriti.

L’Italia nel 1950 è ancora un paese che fatica a riprendersi dalle ferite della guerra e di vent’anni di dittatura fascista.

Sono gli anni del “doppio Stato”, in cui formalmente si costruisce, finalmente, uno Stato di diritto, ma contemporaneamente si cerca di contenere, con la forza, il pericolo di sommosse popolari.

L’economia italiana è in ripresa, per la riconversione di molte industrie belliche, la società si è incamminata verso i nuovi consumi e i nuovi costumi del “boom” che arriverà dieci anni più tardi, ma ampie sacche di arretratezza, anche sociale e culturale, persistono nelle zone agricole del centro e in particolare del meridione.

In Sicilia, in Calabria, in Puglia e in diverse altre regioni d’Italia i braccianti, coordinati dai partiti della Sinistra, dai sindacati e dalle organizzazioni di categoria, invadono e occupano le terre del latifondo, protetto dal fascismo prima e dalla DC poi.

La reazione del governo è ferma e sanguinosa: il VI governo De Gasperi, per opera del ministro degli interni Mario Scelba e dei suoi “celerini”, inasprisce la repressione contro ogni forma di agitazione politica organizzata dalla Sinistra.

Prima la strage di Portella della Ginestra, in cui la reazione agraria non esitò ad usare la mafia contro i contadini, poi, alla fine del ’49, le stragi di Melissa e di Torremaggiore.

La repressione, però, non ferma la protesta e le rivendicazioni contadine, che costringono il governo a mettere in cantiere quella che poi sarebbe stata la Riforma agraria.

La fine della Seconda guerra mondiale aveva posto l’Italia davanti allo sforzo della ricostruzione e della ripresa economica.

Nella Marsica la situazione dei contadini e dei braccianti è disastrosa: il latifondo del Fucino è abbandonato dalla famiglia Torlonia nell’arretratezza economica e sociale e le risorse agricole e finanziarie vengono sfruttate per alimentare lo Zuccherificio e la Banca di proprietà del Principe.

Organizzati dalla CGIL e dai partiti della Sinistra, i braccianti portano avanti una protesta che punta ad ottenere l’intervento del governo e rivendica l’imponibile di manodopera. Alla fine del 1949 nasce il Comitato Centrale per la Rinascita della Marsica, che presidia ogni comune del Fucino.

Il 6 febbraio 1950 i sindacati organizzano il famoso “sciopero alla rovescia”: i lavoratori scendono dai centri abitati alla piana e lavorano alle opere di manutenzione delle strade e dei canali di irrigazione.

Alla lotta partecipa tutto il popolo marsicano, compresi i fittavoli e gli artigiani, anche i bambini e le donne che assolvono ad un ruolo logistico fondamentale.

La protesta ha successo e Torlonia è costretto ad impegnarsi a pagare 350 mila giornate di lavoro per la manutenzione dei canali e delle strade del Fucino.

Alle ore 13:00 del 30 aprile, si riunì, nel Palazzo Comunale, la Commissione di collocamento, che stabiliva i turni di lavoro per i braccianti che sarebbero stati impiegati il 2 maggio nel Fucino.

Alle ore 18:00 la seduta fu tolta, perché tra il rappresentante del Partito Comunista, le autorità comunali, gli esponenti della C.I.S.L. ed i rappresentanti delle varie categorie sociali non c'era accordo.

Alle ore 20:00 poiché molti tra cittadini e braccianti erano rimasti a discutere sulla piazza IV Novembre, in attesa che uscissero gli elenchi dei primi chiamati a lavoro nei campi, il Vice Sindaco Angelo Tropea chiese al maresciallo dei Carabinieri di intervenire e questi sopraggiunse con quattro sottoposti.

“Quella sera del 30 aprile 1950, in piazza IV Novembre qualcuno sparò, per vendetta e rappresaglia contro questa conquista dell’unità dei lavoratori”.

Così inizia la ricostruzione a caldo dell’accaduto da parte de L'Unità, che uscì in edizione straordinaria il 2 Maggio per testimoniare l’eccidio.

“Senza che un solo gesto venisse fatto dai contadini, che continuavano a parlare raccolti in gruppi, e senza alcun preavviso, i carabinieri improvvisamente aprivano il fuoco. I contadini si gettavano ventre a terra, cercando di evitare i colpi. Contemporaneamente, dal lato opposto della piazza, altri colpi d’arma da fuoco venivano esplosi dai fascisti, individuati dai contadini. la sparatoria si prolunga per qualche minuto”.

Questa, ancora, la ricostruzione di Luigi Pintor su l'Unità. Secondo la ricostruzione dei Carabinieri, invece, la ressa dei braccianti fuori del Palazzo Comunale aveva indotto i militari a sparare in aria, per disperdere la folla.

Nella confusione generale, stando alle testimonianze, alcuni esponenti del M.S.I. locale, insieme a delle guardie di Torlonia, fecero fuoco sulla folla e in un attimo la piazza fu sconvolta dagli spari e dalle urla.

"Agostino Paris, che si trovava in un gruppo distante non meno di settanta metri dai carabinieri, cadeva in una pozza di sangue: così Berardicurti".

Feriti a morte dalle pallottole, restarono a terra due braccianti, Agostino Paris, di anni 45 e Antonio Berardicurti, di anni 35; entrambi lasciavano moglie e figli in tenera età.

Oltre ai due morti, nella sparatoria del 30 aprile restarono ferite altre 12 persone che si trovavano in quel momento nella piazza di Celano.

Il 3 maggio 1950, a Celano, si celebrarono solennemente i funerali dei due braccianti.

La città fu invasa da migliaia di lavoratori provenienti da tutta Italia e furono proclamatiscioperi in tutto il Paese: a Roma si bloccarono i trasporti e a Torino, gli operai della Fiat si fermarono per quattro ore. Ad esprimere la propria solidarietà verso le famiglie dei defunti e verso il movimento dei lavoratori del Fucino, oltre ai dirigenti locali, vennero i deputati Bruno Corbi e Aldo Natoli.

Ma la presenza più importante e significativa fu quella dell’onorevole Giuseppe Di Vittorio, allora segretario generale della CGIL, il quale pronunciò, proprio in piazza IV Novembre, un discorso sulla dignità del lavoro e della lotta, insieme ad un accorato appello per la democrazia, per la pace e per l'unità di tutti i lavoratori.

Riportiamo la dichiarazione rilasciata agli inquirenti, il 1 maggio del 1950, dal Segretario del P.C.I. celanese Giancarlo Cantelmi, probabilmente il vero obiettivo degli attentatori:

“Io sottoscritto Cantelmi Giancarlo, dichiaro che alle 21.30 circa del 30 aprile corrente anno, avendo i carabinieri di servizio in Piazza IV Novembre esploso alcuni colpi di arma da fuoco, allo scopo di ripararmi come meglio potevo, mi sono gettato a terra e più precisamente dietro un palo di cemento che si trovava pressoché al centro della predetta piazza.

Senonché ho subito udito, alle mie spalle, esplodere altri colpi di arma da fuoco e contemporaneamente ho notato senza dubbio alcuno come XX, dall’alto della ferrata che protegge la strada che conduce Dietro Castello, facesse fuoco con una pistola in direzione del gruppo di persone del quale facevo parte anche io e che con me si erano gettate a terra […].

Alle ore 10 circa di questa mattina, mi sono recato in Piazza IV Novembre allo scopo di ricostruire con esattezza lo svolgersi dei fatti e stabilire il punto preciso nel quale mi ero gettato a terra: in tale circostanza ho potuto stabilire con esattezza che sul palo del quale ho già fatto cenno e più precisamente a circa 10-15 centimetri dal punto nel quale la sera prima veniva a trovarsi la mia testa apparivano evidenti le tracce di tre colpi di proiettili”.

Gli accusati furono prosciolti, poco dopo, in istruttoria e dunque i colpevoli dell’eccidio restano tuttora ignoti.

I personaggi

•          Cesare Aveani, rappresentante della Camera del Lavoro di Celano.

•          Giancarlo Cantelmi, segretario della sezione celanese del P.C.I. e futuro deputato.

•          Bruno Corbi, deputato del P.C.I. che presentò una interrogazione alla Camera dei deputati sui fatti di Celano.

•          Aldo Natoli, deputato del P.C.I. che fu molto presente a Celano nei giorni successivi all'Eccidio.

•          Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della C.G.I.L.

•          Luigi Pintor, giornalista inviato da l'Unità a Celano per raccontare l'Eccidio. Nella autobiografia, Servabo, fa cenno a quella drammatica esperienza della sua gioventù (Edizioni "Il Maestrale", Nuoro, pp. 71-72).

•          Ferdinando Amicone, deputato e segretario del Comitato Marsicano del P.C.I.

•          Evasio Di Renzo, membro della direzione del P.C.I. di Celano.

•          Augusto Cantelmi, rappresentate locale della C.I.S.L

•          Giulio Spallone, deputato marsicano del P.C.I.

•          Angelo Tropea, Vice Sindaco del Comune di Celano. Nella giornata del 30 aprile 1950 presiedeva la riunione della Commissione per il collocamento.

Testo epigrafe cimitero Celano

La lapide della tomba comune in cui tuttora riposano le spoglie dei due caduti reca un’epigrafe scritta dall’on. Bruno Corbi, piena di pathos perché il ricordo della tragedia, e il suo significato politico ed umano, restasse per sempre, al di là delle generazioni: “Carica di odio e di paura, la reazione agraria, riarmando i fascisti, complice il governo, ha scritto un’altra pagina di sangue e di morte, nel tentativo vano di arrestare così l’avanzata dei lavoratori che, giorno per giorno, nel sacrificio e nel dolore, lottano per costruire il mondo della vita e della pace”.

In alto, a destra, si legge, inoltre, un distico di Evasio Di Renzo: “La fede li unì, la morte li fuse, il ricordo dei compagni li eterna”.

Un monumento in ricordo dell'Eccidio

L'idea. L’opera d’arte nasce dall’esigenza morale e politica di ricordare una delle pagine più importanti della storia della Marsica: quella delle lotte contadine contro l’oppressione di Torlonia.

Innalzare un monumento nel centro della città di Celano, dove la comunità vive la sua vita quotidiana, servirà a testimoniare l’impegno della memoria, la promessa di non dimenticare il passato da cui proveniamo.

Il cippo. L’artista si è ispirato ai cippi che il principe Torlonia pose a confine del suo latifondo. Pietre squadrate che segnavano il limite delle acque del lago, presto vennero a significare la schiavitù di un intero popolo, che si vide espropriato di ciò che era suo.

Il cippo sta a rappresentare materialmente l’intervento dell’uomo che fa sua la natura, la proprietà dei Torlonia, ma anche la prigione dentro la quale furono richiuse le vite dei contadini del Fucino, costretti a lavorare non per dare il pane ai propri figli, ma per arricchire il padrone della terra.

Le mani che si levano in alto cercano la libertà, cercano di rompere il cippo che li imprigiona e di tornare alla dignità, alla vita.

Le quattro facciate. Dal cippo, dalla schiavitù esce per primo un uomo, un vecchio, con la vanga in mano, lo strumento del lavoro: egli rappresenta la memoria dell’oppressione, ma anche lo sforzo per liberarsene. È il simbolo delle lotte contadine, con le quali, nel sacrificio e nel dolore, fu conquistato il diritto alla terra.

Quindi una donna, con un bambino al seno, simbolo della rinascita della Marsica, liberata dal latifondo di Torlonia: una nuova vita era stata donata al popolo, dopo quasi cento anni di schiavitù e di fame.

Al terzo angolo del cippo si vede, poi, un giovane robusto, a petto nudo, che mostra un pane, il frutto di una terra ricca e del lavoro duro che ha saputo renderla produttiva, dopo la miseria dei tempi del Principe.

Il giovane ha ormai soltanto un esile legame con il cippo e con la storia che la rappresenta: una storia nuova è stata scritta dai contadini del Fucino.

Staccata completamente dal passato è, infine, la bambina rappresentata nel quarto angolo: il tempo passa e cambiano le generazioni , come in un movimento antiorario gli anni che sono trascorsi hanno ringiovanito il nostro territorio, che ormai guarda al futuro.

La bambina è il frutto della sua storia: vive nel benessere grazie alle lotte dei suoi nonni, ma è anche il simbolo della speranza, perché quei tempi cupi non possano più ritornare.

Il bozzetto. Il 1º maggio 2012 il bozzetto della scultura realizzato dall'artista Giuseppe Palombo è stato presentato alla cittadinanza, alla presenza del Vicepresidente del Parlamento europeo On. Gianni Pittella e di numerosi celanesi, che hanno manifestato tutto il loro entusiasmo.

Le dimensioni reali dell’opera finita saranno di 3 metri e 30 centimetri di altezza.

Il materiale. Bronzo patinato.

L'opera, immaginata già nell'aprile del 2011, attende ancora i fondi necessari alla sua realizzazione.

Il Consiglio comunale di Celano, in data 12 agosto 2011, ha approvato all’unanimità un ordine del giorno avente ad oggetto: “Progetto di un'opera d'arte commemorativa dell' "Eccidio del 30 aprile 1950".

Era semplice e giusto stare da una parte...

Luigi Pintor, sardo di origine, giornalista e scrittore di fama, membro attivo del P.C.I. fino alla scissione del gruppo “il Manifesto” che lo vide tra i protagonisti, venne a Celano all’indomani dell’eccidio.

Era allora inviato de l’Unità ed infatti è sua la firma in calce all’articolo di cronaca che il giornale comunista pubblicò in prima pagina.

Ed evidentemente il dolore che si trovò davanti e che dovette raccontare si impresse indelebilmente nella sua memoria, perché lo ritroviamo fotografato tra i ricordi personali della sua autobiografia, scritta molti anni dopo quei fatti.

Pintor raccoglie in poche righe tutta la sua partecipazione emotiva a quel “delitto di paese”, non cita il nome dei morti, non dà indizi per riconoscere Celano, ma forse dice di più di tante cronache: forse c’è di più in queste righe che nella retorica politica dell’articolo che pubblicò su l’Unità.

La storia di Paris e Berardicurti si trasforma in un simbolo, la lotta di classe non è che la lotta tra il Bene e il Male: l’episodio di Celano lascia la sua dimensione locale per entrare in un discorso globale sul mondo, sull’Uomo.

Era semplice e giusto stare da una parte. Raggiunsi un giorno con mezzi di fortuna una campagna dove due braccianti erano morti poche ore prima uccisi dal fuoco della polizia, con brutalità frequente in quel tempo.

Non ci fu per me alcuna differenza tra quello spettacolo e la memoria ancora viva della guerra, nessuna differenza tra i colpevoli altolocati di quel delitto di paese e la filosofia del privilegio che aveva incendiato il mondo.

Non era quello un episodio ma un simbolo.

Ci sono due mondi, quei morti appartenevano al più degno ed erano miei fratelli (L. Pintor, Servabo, Il Maestrale, Nuoro, pp. 71-72).

tutti pazzi per la Civita

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