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La Prima Guerra mondiale compie 100 anni

di Stefano Magni*

Le celebrazioni sono in corso in tutto il mondo, per ricordare questo anniversario a dir poco epocale.

Tuttavia, fra le nuove generazioni, nessuno ha mai conosciuto un superstite di questa guerra.

“Sono tutti morti!” aveva scritto uno studente su un tema in classe dal titolo “Il candidato riassuma le vicende della Prima Guerra Mondiale”.

La foto era diventata virale su Facebook e come tante altre notizie virali potrebbe essere benissimo falsa. Ma lo spirito è autentico.

La Prima Guerra Mondiale viene vista, anche dalla generazione precedente, quella degli attuali genitori, come un fatto del passato remoto, al pari della Rivoluzione Francese o di Napoleone.

Sì, ok, eventi grandiosi, ma ormai sono finiti da un pezzo, così come sono finiti i loro effetti di breve, medio e lungo periodo. Cambiamo pagina e andiamo avanti.

E invece la Prima Guerra Mondiale non è assolutamente un evento del “passato”. È un evento le cui conseguenze sono ben presenti nel giorno d’oggi e nelle crisi peggiori che dobbiamo affrontare.

È difficile, prima di tutto, trascurare le macro-conseguenze politiche della guerra. Il conflitto scoppiato in Europa cento anni fa pose fine alla prima globalizzazione e alla prima grande era liberale della storia, nota come Belle Epoque.

Agli ideali liberali, cristiani e di progresso armonico dell’umanità, subentrarono, dopo la guerra, altri ideali di segno opposto: il socialismo, i nazionalismi, il totalitarismo comunista e i germi del totalitarismo fascista (che nacque nel 1915, come movimento interventista e poi divenne rivoluzionario dopo la guerra).

I nazionalismi e i totalitarismi sono ormai ampiamente sconfitti dalla storia, anche se sfigurarono orribilmente (con oltre 100 milioni di morti nei lager e nei gulag in più di un terzo del mondo) il volto del Novecento.

Il socialismo, invece, resta l’orizzonte culturale dominante in quasi tutto l’Occidente, a tal punto che viene assorbita inconsapevolmente. Politici che non si sono mai considerati socialisti propongono un tale interventismo statale nell’economia che, prima del 1914, sarebbe stato addirittura inconcepibile per le opposizioni extraparlamentari.

Ma queste sono, appunto, conseguenze politiche di lungo termine che è persino difficile misurare. Ci sono, invece, conseguenze pratiche, militari, che discendono direttamente dalla Prima Guerra Mondiale, crisi aperte nel 1914 e mai richiuse.

La ex Jugoslavia è la prima che viene in mente. Soprattutto considerando che il pretesto per scatenare la guerra fu proprio l’attentato a Sarajevo, attuale capitale della Bosnia Erzegovina, allora protettorato austro-ungarico.

Il nazionalista serbo Gavrillo Princip sparò al principe ereditario austro-ungarico Francesco Ferdinando, sostanzialmente per un solo motivo: annettere la Bosnia alla Serbia, scacciando Vienna dai Balcani.

La guerra portò allo scioglimento dell’Impero Austro-Ungarico e all’unificazione di tutti gli slavi del Sud sotto Belgrado. Gavrillo Princip fu così vendicato, raggiunse post-mortem il suo scopo.

Tuttavia fu un successo solo effimero, perché già nel primo decennio di vita, il nuovo regno di Jugoslavia si rivelò per quello che era: un’unificazione affrettata di popoli che non sapevano e non volevano vivere sotto lo stesso tetto.

Dopo una prima esplosione di nazionalismi durante la Seconda Guerra Mondiale, si arrivò alla fatidica (e pressoché inevitabile) disintegrazione della Jugoslavia nel 1991 e a sette anni di guerre balcaniche. Tuttora manteniamo truppe in Bosnia e in Kosovo per evitare che la guerra scoppi di nuovo.

La Jihad islamica venne proclamata il 14 novembre 1914 dallo sceicco ul Islam, allora la massima autorità religiosa dell’Impero Ottomano, cioè la prima potenza musulmana del mondo.

L’Impero Ottomano non esiste più dal 1918, il califfato (autorità politica su tutto il mondo islamico) è stato ufficialmente abolito dalla Repubblica Turca nel 1923. Tuttavia la Jihad proclamata allora contro le potenze occidentali (l’Impero Ottomano era alleato di Germania e Impero Austro-Ungarico) non venne mai formalmente revocata.

Tuttora costituisce la base religiosa per tutti i gruppi fondamentalisti islamici che scelgono la via della guerra santa contro l’Occidente. Non solo: il collasso e lo smembramento dell’Impero Ottomano nel 1918, sono tuttora alla base del revanscismo islamico.

Osama bin Laden prima, il califfo Al Baghdadi ai giorni nostri, cercano di ricreare quell’unità pan-islamica che era il fondamento del defunto Impero.

Israele nasce, in realtà, già nella Prima Guerra Mondiale, nonostante la proclamazione della sua indipendenza risalga a 30 anni dopo.

Gli ebrei, quando scoppiò il conflitto, si ritrovarono sparsi fra tutti i Paesi belligeranti, combatterono su tutti i fronti e sotto tutte le bandiere in guerra.

Ma il movimento sionista, già dal 1915, scelse prima di tutto il sostegno alla Gran Bretagna, la potenza occidentale più permeabile all’idea di una patria ebraica in Palestina.

Il 2 novembre 1917, con la Dichiarazione Balfour, non si arrivò direttamente a una promessa di Stato ebraico in Palestina, ma almeno alla nascita di un “focolare nazionale” ebraico, un embrione di Stato.

Quando la Palestina fu strappata ai turchi dall’esercito britannico, divenne il centro del progetto sionista, con un embrione di esercito locale, la Legione Ebraica, che aveva combattuto nei ranghi degli inglesi l’ultimo anno di guerra.

Israele, come è noto, ottenne l’indipendenza solo nel 1948, con 30 anni di ritardo rispetto alle aspirazioni sioniste. C’è chi dice, non a torto (Ben Gurion è fra costoro) che quei 30 anni di ritardo costarono l’Olocausto.

Non solo: costarono la nascita dell’attuale conflitto arabo-israeliano. Durante la Prima Guerra Mondiale gli inglesi promisero agli ebrei il possesso di tutte le terre comprese fra il Mediterraneo e l’attuale Giordania.

Poi promisero agli arabi un grande regno autonomo all’interno dell’Impero Britannico, che comprendeva gli attuali Siria e Giordania. E, per Siria, gli arabi intendevano “grande Siria”: Palestina e Libano inclusi.

Poi non mantennero né l’una né l’altra promessa, perché dovettero cedere Siria e Libano alla Francia e spartire con l’alleato il Medio Oriente.

Cambiarono idea sul focolare ebraico e frenarono l’immigrazione sionista. Cercarono di placare le preoccupazioni arabe senza deludere gli ebrei.

Alla fine delusero gli uni e gli altri e posero tutte le premesse per un conflitto che dura tuttora, generazione dopo generazione, quasi ininterrottamente, dalla prima rivolta araba del 1920 all’attuale guerra di Gaza.

La guerra in Ucraina, parrà strano, ma è un’altra diretta conseguenza del 1914-18. Prima di tutto, anche l’attuale governo russo è un diretto discendente del regime bolscevico.

Anzi: della sua ala più dura, quella costituita dalla polizia politica, la Ceka, poi chiamata Kgb (dopo aver cambiato altri tre nomi nel frattempo) in cui è cresciuto politicamente Vladimir Putin.

Il regime bolscevico e il suo apparato repressivo, sono una diretta conseguenza della Prima Guerra Mondiale. Senza la destabilizzazione politica provocata dal conflitto e senza l’invasione tedesca di gran parte delle terre più ricche dell’Impero Russo, non sarebbe stato possibile alcun colpo di Stato da parte di quello che era il più piccolo e impopolare partito d’opposizione.

La “rivoluzione d’ottobre” che portò Lenin al potere, grazie alla disintegrazione dell’apparato politico russo e all’appoggio logistico e finanziario fornito dalla Germania, condiziona tuttora l’ideologia dominante, l’economia e la memoria collettiva della Russia attuale, persino la sua estetica.

Sarebbe un errore paragonare Putin a uno “zar” con ambizioni imperiali: lo zar morì per mano dei bolscevichi e fu sepolto, politicamente, dalla Prima Guerra Mondiale.

A quel passato, quello di una Russia pre-bellica culturalmente vivace, politicamente sempre più pluralista, economicamente in crescita, aperta all’Occidente, alleata alle democrazie occidentali, non si è mai più tornati.

La Russia attuale è semmai una caricatura, su scala ridotta, della vecchia Unione Sovietica. In piccolo e con metodi meno sanguinosi, replica le tecniche di espansione di Stalin ai danni dei vicini, non certo le politiche dello zar che mirava a raggiungere i “mari caldi” (Mediterraneo e Golfo Persico) per aprirsi ai commerci con l’Occidente.

L’Ucraina è essa stessa un prodotto della Prima Guerra Mondiale. Fino al 1917 non esisteva neppure una vera identità nazionale ucraina, se non in alcuni circoli politici rivoluzionari, letterari e intellettuali. La guerra fece nascere violentemente la nuova nazione.

Quando i bolscevichi presero il potere, agli ucraini (e a chiunque godesse di un po’ di autonomia e autogoverno) non restò che proclamare la secessione. Se non altro per salvarsi la vita dal nuovo regime. Nel 1918 vennero occupati dai tedeschi. E si trattava di un’occupazione relativamente salvifica rispetto a quel che erano i bolscevichi.

Dalla fine della guerra, però, si formarono quelle quattro forze contrapposte che tuttora caratterizzano la lotta politica ucraina.

Da un lato, nei territori che facevano parte dell’ex Impero Austro Ungarico, si formò un forte movimento indipendentista e nazionalista, capitanato da Simon Petlyura, che mirava alla piena separazione dalla Russia, anche con l’appoggio della Polonia.

Dall’altro, le regioni dell’Ucraina orientale e la Crimea vennero occupate dai nazionalisti russi delle Armate Bianche, che negavano l’indipendenza agli ucraini e volevano ripristinare uno Stato nazionale russo centralista e imperiale.

Nelle regioni centrali regnava l’anarchico Machno, che provò a costruire (nel sangue) la sua utopia collettivista agricola. Infine, dal Nord, premevano i bolscevichi, che promettevano la rivoluzione proletaria e l’indipendenza ucraina. Alla fine vinsero questi ultimi: non concessero l’indipendenza all’Ucraina e si misero da subito a sterminare tutte le opposizioni.

L’Ucraina di oggi, anche a 100 anni di distanza, ricorda quell’esperienza. I partiti di destra, come Pravy Sektor e Svoboda, si rifanno direttamente all’esperienza di Petlyura e del suo esercito indipendentista. I volontari russi che combattono nell’Est si considerano, per la maggior parte, discendenti dell’Armata Rossa dei bolscevichi.

Ma l’ideologia eurasista e neo-imperiale a cui si rifanno nacque in seno alle Armate Bianche, nell’ultima fase della guerra civile.

Questi sono solo alcune delle ferite aperte dalla Prima Guerra Mondiale e mai richiuse.

Senza conoscere la storia del ’14-18, non è neppure possibile capire cosa stia succedendo adesso. La Prima Guerra Mondiale, in molte regioni del mondo, non è mai finita.

*www.opinione.it

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