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Esito scontato le dimissioni di “Giggino”

di Alfredo Mosca*

Anche se in realtà tali dimissioni sanno di licenziamento camuffato.

Era chiaro che Di Maio, da sempre, fosse più un puntale d’albero di natale, un ornamento, piuttosto che il vero capo e leader.

Del resto difficile pensare che dietro la lotta fratricida contro il ministro non ci fosse una regia di cui Beppe Grillo avesse contezza, perché al contrario sarebbe intervenuto eccome per censurare il dissenso verso il leader politico.

Per farla breve il progetto di Beppe di unirsi stabilmente col Pd era ormai in rotta di collisione col dissenso di “Giggino”, ecco perché in questi mesi il fuoco amico contro di lui si è amplificato fino all’impallinamento definitivo.

Quello che sconcerta invece è che Di Maio non abbia contemporaneamente rassegnato le dimissioni da Ministro visto che in fondo su quella poltrona ce l’hanno messo anche quei grillini da lui stesso definiti, pugnalatori alle spalle e nemici peggiori in assoluto.

Sia chiaro aspettarsi un sussulto di orgoglio, di onestà intellettuale da chi brindava alla sconfitta della povertà, giurava sull’onore che col partito di Bibbiano non avrebbe mai condiviso niente, che la crisi dell’Ilva fosse risolta e sulla “Gregoretti “nulla sapesse, più che difficile sarebbe stato impossibile.

Insomma anche in questo caso l’ex capo politico non smentisce l’opportunismo dei grillini, l’ipocrisia politica che li distingue, l’inaffidabilità e l’incapacità che li caratterizza sin dall’inizio.

Del resto se così non fosse stato la comitiva del comico genovese non avrebbe perso in questi due anni ben oltre la metà dei consensi, non sarebbe precipitata nel caos fratricida, non avrebbe fatto mille giravolte, smentito e spergiurato ogni impegno politico.

Ecco perché per mille volte abbiamo scritto dell’azzardo che si è fatto nell’affidargli il compito di guidare il paese a partire dal marzo del 2018 quando chiaramente la coalizione più forte risultò il centrodestra, uno sbaglio clamoroso di cui va detto, anche Matteo Salvini è stato complice e colpevole.

Già da allora infatti si erano capiti tutti i limiti di capacità e affidabilità dei pentastellati, sarebbe bastato guardare Livorno, Torino e soprattutto Roma, per tenerli lontano da compiti così delicati come la guida dell’Italia ed evitare che il Paese finisse nel cul de sac attuale.

Eppure come se niente fosse non solo allora, grazie allo sbaglio imperdonabile di Salvini si consentì un esecutivo innaturale ma peggio ancora si è fatto il bis, unendo alla incapacità e perniciosità politica grillina quella perdente e altrettanto ipocrita del Pd e di tutti gli altri di sinistra.

Per questo oggi il Paese si ritrova in mano ad una maggioranza allo sbando, attraversata da faide e da scissioni clamorose, da spaccature e dimissioni, crisi d’identità e vendette, litigi e regolamenti di conti su tutto il fronte.

Ma quel che è peggio è il cinismo spudorato con il quale maggioranza e governo annuncino che tutto vada bene, che nulla sia cambiato e si possa andare avanti senza problemi fino al 2023, alla faccia dell’onestà intellettuale, della coerenza, del rispetto dei cittadini e del bene collettivo.

Insomma, alla guida dell’Italia ci ritroviamo un’alleanza in guerra, lacerata quotidianamente da contrasti, sbriciolata nelle leadership, bloccata dai veti incrociati, in discesa perpendicolare nei consensi elettorali e ci sentiamo dire che è tutto a posto e si continua tranquillamente, incredibile.

Incredibile che non si senta qualcuno dire basta, incredibile consentire che il Paese frani per una maggioranza bocciata ad ogni voto, che miete figuracce ovunque, che per risolvere i mali anziché l’antidoto somministra l’infezione, che pensa a garantire sé stessa piuttosto che l’Italia.

Ecco perché il “Ciaone” a Di Maio era scontato, il diavolo fa le pentole non i coperchi, a dimostrarlo saranno gli italiani domenica, dalle parti nostre si chiama democrazia dell’alternanza e libertà.

*www.opionione.it

tutti pazzi per la Civita