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Alberto da Giussano? No, il lumbard ignoto

La statua-simbolo del Carroccio dedicata a un eroe sconosciuto

di Alberto Mattioli*

Passi per Pontida, il cui «giura­mento» non c'è mai stato o, se mai c'è stato, non è stato giura­to li.

Passi per Alberto da Giussano, mai esistito, né lui né la sua Compagnia della Morte, come si sa fin dal 1914 quando un erudito milanese, Rinaldo Beretta, dimostrò fonti alla ma­no che l'intrepido Alberto era stato «partorito» da un croni­sta trecentesco.

Ma adesso c'è dì meglio: salta fuori che anche la statua del lombardo corazza­to con lo spadone vittorioso levato al cielo padano, insomma il simbolo della Lega riprodot­to in infiniti gadget, replicato su spillette, foularini, adesivi, manifesti, targhe, carte inte­state e via propagandando, non raffigura l'eroe che non c'è ma un anonimo Guerriero di Le­gnano.

Perché a lui, al lumbard ignoto, fu intitolata la statua di Enrico Butti che dal 1900 presidia i campi di Legnano dove nel 1176 la Lega Lombarda sconfisse Federico I di Hohenstaufen, Sacro e Romano Impe­ratore, in arte «Barbarossa».

Che la battaglia di Legnano ci sia effettivamente stata è praticamente l'unica certezza che si evince dalla lettura di Le­gnano 1176 – Una battaglia per la libertà, un bel saggio di Paolo Grillo appena uscito per Laterza (pagg. 242, euro 18).

Anzi, la vera notizia potrebbe essere che i medievisti in grado di scrivere in maniera piacevole in Italia non sono solo due (Franco Cardini e Alessandro Barbero) ma appunto, con Gril­lo, tre.

Però fa un certo effetto apprendere non tanto che il fantomatico Alberto da Giussano era, probabilmente, un do­cumentato Guido da Landriano (vabbé, sempre deep Lom­bardia è), ma che la statua di Alberto non raffigura affatto Alberto.

Come, del resto, si conviene a un personaggio di fantasia, un eroe da fiction cui pure, in un secolo e mezzo d'Italia più o meno unita, furo­no dedicate canzoni, poemi, strade, piazze e perfino, nel 1930, un incrociatore della Re­gia Marina. Erano ancora i tempi in cui ci si poteva illude­re che «dall'Alpi a Sicilia / ovunque è Legnano», copyri­ght di Goffredo Mameli.

Insomma, lo sfruttamento di quello che, alla Calvino, si potrebbe chiamare il cavaliere immagi­nario, è sempre stato intensi­vo: prima per fare l'Italia.

*www.lastampa.it   

tutti pazzi per la Civita

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