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L’Italia è entrata in guerra in Afghanistan il 7 novembre 2001

di Nicola Facciolini

Siamo da otto anni in stato di guerra contro il terrorismo islamico, non contro l’Islam, ma non siamo preparati al peggio!

La catastrofe dell’11 settembre 2001 nella Grande Mela, è una ferita ancora aperta come il vile attacco a sorpresa di Pearl Harbour e ai nostri militari.

Oggi commemoriamo i nostri Caduti per la libertĂ  del popolo afgano.

Sono gli eroi della Folgore.

Il territorio afgano è per il 97% sotto il controllo dei talebani.

Le fonti normative dello stato di guerra.

La strategia e la tattica per vincere la guerra va cambiata: piĂą droni, piĂą prevenzione, piĂą intelligence, piĂą umanitĂ .

Stop ai bombardamenti indiscriminati. 

Oggi commemoriamo i nostri Caduti per la libertà e l’indipendenza del popolo afgano.

Sono gli eroi del 186esimo battaglione della Folgore, caduti il 17 settembre 2009 in Afghanistan:

tenente Antonio Fortunato, 35 anni, originario di Lagonegro (Potenza);

primo caporal maggiore Matteo Mureddu, 26 anni, di Oristano;

primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, 26 anni, nativo di Glarus (Svizzera);

sergente maggiore Roberto Valente, 37 anni, di Napoli;

primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, 26 anni, di Orvieto;

caporalmaggiore Massimiliano Randino, 32 anni, di Pagani (Salerno).

A tutti i nostri eroi: onore, gloria, forza, memoria imperiture e infinita riconoscenza.

Chi ha il coraggio di parlare di ritiro e di resa incondizionata dell’Italia? Dobbiamo vincerla davvero questa guerra dichiarata dai fondamentalisti islamici di tutto il mondo contro l’Occidente libero, contro la Nato, contro le Nazioni Unite. Non a chiacchiere ma con i fatti, insieme a Russia e Cina finora non consultate sul da farsi. La diplomazia faccia il suo corso, ma per vincere questa guerra dobbiamo cambiare totalmente strategia e tattica. Lo dice la logica del teatro delle operazioni in terra ostile.

E’ gravissimo subire un attentato come questo. Chi ha sbagliato? Chi ci ha tradito? Di chi possiamo fidarci? Siamo da otto anni in stato di guerra contro il terrorismo islamico, non contro l’Islam. Siamo in guerra contro il male assoluto camaleontico di questi pazzi suicidi che addestrano i bambini per farlo un giorno anche sul suolo italiano. E smettetela di “onorarli” sui giornali con il titolo giapponese di “Kamikaze”.

Questi suicidi (salvate i bambini dallo stillicidio dei media e delle “coraniche” madrasse!) nulla hanno a che fare con la religione islamica moderata. In attesa che i leader religiosi islamici “scomunichino” questi pazzi una volta per tutte e per sempre, ammettiamolo: non stiamo vincendo la guerra contro Al-Qaida, contro la politica ostile delle “madrasse”, contro i talebani, contro il terrorismo globale, non solo di matrice islamica. Non solo in Afghanistan ma anche nel resto del mondo, qui in Patria.

Non siamo forse noi l’esercito di liberazione del popolo afgano? Non siamo forse noi italiani i migliori soldati e civili al mondo che portano aiuto alle popolazioni distrutte da secoli di conflitti? Dipende davvero dai punti di vista, stabilire chi sia davvero l’esercito di liberazione degli Afgani? Dobbiamo forse fare una conferenza di pace per capirlo?

E non è finita. Quel che è peggio, sentimentalismo italiota e politica del doppio-triplo forno permettendo, è che non siamo preparati al peggio, ossia al contrattacco! Disposti, semmai, di fronte alla divisione politica imperante, a tradire i nostri alleati, i nostri soldati ed a scendere a patti con il nemico per un’assurda conferenza di pace tra “pari” che eleverebbe al rango di statisti questi pazzi suicidi che amano farsi saltare in aria con centinaia di chili di esplosivo e, un giorno, nelle nostre città, con una bomba H sulle spalle.

Alcuni la chiamano “exit strategy”, ossia resa incondizionata, fallimento, sconfitta politica e militare sul teatro delle operazioni belliche che nulla hanno di “umanitario”. Visto che la Russia pare abbia usato questo nobile aggettivo per bombardare la Georgia asiatica. Se così fosse, se tradissimo il patto, la Nato andrebbe in mille pezzi, precipitando il mondo in una terza guerra mondiale. E il nemico lo sa. I nostri “007” che fanno? Perché non bloccano “ab origine” le informazioni delicate sui nostri mezzi militari impiegati?

Qualcuno in Europa e in Italia abbia l’onore e il coraggio di ammetterlo. La catastrofe dell’11 settembre 2001 nella Grande Mela, che ha scatenato il conflitto, è una ferita aperta e purulenta come il vile attacco a sorpresa di Pearl Harbour e, da otto anni, ai nostri militari italiani della Nato, prima in Irak ed ora in Afghanistan. Non cambiamo linea d’azione contro il nemico? Davvero i nostri leader sono disposti a tradire i nostri ragazzi-eroi d’Italia che combattono sulle montagne e nelle città per la liberazione del popolo afgano?

Nell’articolo 11 della Costituzione Italiana del 1948 (lo si legga tutto e non solo la prima parte) si afferma solennemente: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Nel Trattato Nord Atlantico siglato a Washington DC (Usa), il  4 aprile 1949, gli Stati che aderirono alla Nato riaffermarono la loro fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite e il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi della Terra. Si dissero determinati a salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto.

Aspirarono a promuovere il benessere e la stabilitĂ  nella regione dell'Atlantico settentrionale, decisi a unire i loro sforzi in una difesa collettiva e per la salvaguardia della pace e della sicurezza sul pianeta. Aderirono al Trattato Nord Atlantico, consapevoli di farlo.

Siamo in guerra per le risoluzioni Onu, per il voto del Parlamento italiano e in virtù dell’art. 5 del Trattato Nato che recita: “Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell'America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall'art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assiste la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale

Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”. Ora siamo davvero in guerra, mentre commemoriamo i nostri caduti per la libertà in Irak e in Afghanistan: militari, civili, giornalisti, fotografi, popolazioni innocenti colpite da “fuoco amico”.

Non è retorica amena. Se non da un punto di vista formale e giuridico, ma sostanziale, ossia di “bilancio”, anche l’Italia ha dichiarato guerra al terrorismo islamico organizzato. E a che prezzo! Lo siamo da ben otto anni ma lo si nega apertamente e sistematicamente alla popolazione, ai cittadini che pagano le tasse, quindi i proiettili e le bombe che sganciamo.

Fin dalla guerra nell’ex Iugoslavia quando bombardarono Belgrado! La guerra non è mai una missione umanitaria. Non può esserlo per definizione. I libri di storia del futuro sapranno coniare il giusto termine, la corretta definizione di quella guerra e di questa guerra asimmetrica, combattuta dall’Occidente con le armi “soft” (ossia, non nucleari, chimiche e batteriologiche) più moderne e spaventose, a terra, nei cieli e in mare, sui campi di battaglia di tutto il mondo. Non solo in Irak e in Afghanistan che i mass-media sono autorizzati a “illuminare” con i loro reportage.

Non è una novità, penserete, all’indomani dei vili e ignobili attacchi (come lo fu a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941) dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti d’America e l’intero mondo delle democrazie occidentali. Siamo in stato di guerra permanente con i nostri Alleati (Nato), però non sappiamo di esserlo o, meglio, la società civile crede che si tratti solo un kolossal cinematografico in tempo reale. Finché non saremo colpiti direttamente sul suolo italiano, non ci crederemo che è realtà allo stato puro. Duole ammetterlo, ma è così.

Accade anche per le catastrofi naturali: non vi si pone rimedio e protezione fin quando non accade la tragedia. Una guerra anomala meriterebbe la giusta attenzione dei mass-media, della cultura e dei leaders politici e religiosi, ossia la corretta e saggia preparazione della popolazione al peggiore degli scenari possibili e immaginabili. Anche in Italia. Ma tutto dorme e tace nella piacevole consapevolezza dell’immaginaria positività italiota. Il nemico è ovunque ma lontano, nei remoti deserti orientali.

E’ davvero così che stanno le cose? Sono poi i nostri morti, le tattiche psicologiche di guerra (lo provano anche la diffusione capillare di comunicati stampa e video di Al-Qaida in tv e su internet), la violenza verbale e non, la psicologia di guerra, la prova-regina che siamo in stato di guerra, volenti o nolenti. Una guerra dichiarata (di natura non-reattiva come lo sono stati i conflitti in passato) di fatto con gli attacchi dell’11 settembre 2001 e con i nostri morti. Il terrorismo di matrice islamica continua a compiere i suoi più violenti massacri suicidi nel mondo in una guerra asimmetrica dichiarata all’Occidente intero. I talebani sono disposti a tutto e non falliscono mai l’obiettivo.

Ma noi dormiamo sogni tranquilli e beati, anche se i dispositivi di difesa sembrano funzionare e reggere all’urto. Quella mattina, avrebbero dovuto esserlo anche a New York e Washington D.C., nella superpotenza Usa, quando diciannove affiliati di Al-Qaida dirottarono quattro voli civili facendo schiantare due degli aerei sulle torri numero 1 e 2 del World Trade Center di New York, causando poco dopo il collasso di entrambi i grattacieli. Il terzo aereo di linea fu fatto schiantare dai dirottatori contro il Pentagono.

Il quarto aereo, diretto contro il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington, si abbatté in un campo vicino Shanksville, nella Contea di Somerset (Pennsylvania), dopo che i passeggeri e i membri dell'equipaggio ebbero tentato di riprendere il controllo del velivolo attaccando a mani nude i dirottatori. Alla fine si contarono 2974 vittime come conseguenza immediata degli attacchi, mentre i dispersi furono 24.

La guerra è in corso. L’asimmetria spaziale e temporale che la caratterizza può sfuggire alle logiche occidentali di percezione del fenomeno-in-essere mentre è perfettamente consona alla concezione spazio-temporale della cultura estremista islamica che, tuttavia, non è solamente di matrice “araba”. Una delle persone a cui sembra sfuggire il concetto sembrerebbe la Comunità-Unione Europea, Italia compresa che, solo quando obbligata dalla nuda cronaca dei nostri gloriosi Caduti, pare ricordare al mondo di essere in stato di guerra.

Non siamo preparati al peggio! Abbiamo i politici che meritiamo: in difficoltà per un gossip assurdo ed ameno, figurarsi per un fulmineo e paralizzante attacco dai cieli sulle nostre libere città d’arte. Mettiamola in fantasia: invasione aliena compresa! Allora, piangeremo anche noi il nostro “11 settembre”. E non sarà più una missione “umanitaria”.

Non credo che si possa esportare la democrazia a colpi di bombe. Ma il diritto alla difesa, è il fondamento di ogni civiltà. “Per molti anni non abbiamo voluto ammettere di essere in guerra. Ora ci accorgiamo che dobbiamo combattere, probabilmente uccidere e probabilmente subire perdite”. Lo afferma l'ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Mario Arpino, ai microfoni di Cnr Media, il 17 settembre 2009. "Per molti anni non abbiamo voluto ammettere di essere in guerra. Adesso tutti i veli, tutte le ipocrisie sono caduti.

Ci accorgiamo che dobbiamo combattere, probabilmente uccidere e probabilmente subire perdite". Così l'ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Mario Arpino, commentando il nuovo attacco contro un convoglio italiano in Afghanistan, dove hanno perso la vita i sei militari della Folgore e decine di afghani. Un'auto carica di esplosivo si è scontrata con due mezzi Lince, in missione di scorta ad un veicolo verso il comando Isaf. "I nostri mezzi sono migliori di quelli di tanti altri contingenti.

I blindati Lince, presenti nell'attentato, sono invidiati perfino dagli americani. I mezzi sono ottimi, così come l'organizzazione" ha detto il generale Arpino, la cui critica si rivolge più in generale agli obiettivi internazionali in Afghanistan.

"Il problema è un altro. Noi - e con noi intendo tutto il sistema che sotto l'egida dell'Onu ha preso piede in Afghanistan - ci siamo posti degli obiettivi troppo ambizioni. Parallelamente abbiamo voluto fare tutto: cancellare tutto il male del mondo, l'oppio, la situazione dei diritti alle donne e allo stesso tempo impiantare una democrazia simile alla nostra". "Tutto questo non si può fare senza un controllo del territorio, che non c'è e non c'è mai stato" spiega il generale, che punta il dito contro il mancato impegno dei Governi. "Dopo la sconfitta dei talebani del 2001, tutti hanno deciso di dare molto volentieri fondi per costruire scuole e case senza rendersi conto che i talebani stanno tornando.

Il territorio afgano è per il 97% sotto il controllo dei talebani". L’Italia è entrata in guerra in Afghanistan il 7 novembre 2001, con l’approvazione bipartisan (esclusi solo Pdci, Prc e Verdi) di una risoluzione parlamentare che autorizzava la partecipazione italiana all’operazione Enduring Freedom a sua volta “legittimata” dalla risoluzione Onu n. 1368 del 12 settembre 2001. Che autorizza a “combattere con tutti i mezzi la minaccia del terrorismo” facendo riferimento al “diritto di autodifesa individuale o collettivo” stabilito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Il Parlamento italiano approvò quella risoluzione “impegnando il Governo a riferire tempestivamente al Parlamento circa gli sviluppi significativi degli eventi, nonché a sottoporre ad esso eventuali nuove decisioni che si rendessero necessarie nel prosieguo del conflitto”.

Il 20 dicembre 2001, la risoluzione Onu n. 1386 dà vita – ex Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite – alla missione di stabilizzazione Isaf (International Security Assistance Force), cui l’Italia aderisce formalizzando la sua partecipazione il 10 gennaio 2002, con la firma a Londra insieme ad altre 15 nazioni, di un Memorandum of Understanding. L’unico passaggio parlamentare riguardante la missione Isaf avviene il 27 febbraio 2002, con l’approvazione della “legge n. 15/2002 di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 28 dicembre 2001, n. 451, recante disposizioni urgenti per la proroga della partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali”.

La “modificazione” riguarda l’inserimento nel testo del decreto di un riferimento alla missione ISAF “connessa a Enduring Freedom”. Il Parlamento ha approvato la partecipazione dell’Italia ad altre due missioni Nato connesse a Enduring Freedom e iniziate il 21 ottobre 2001 con l’applicazione dell’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Nord-Atlantica che stabilisce che ogni attacco a uno stato membro è da considerarsi un attacco all'intera alleanza. L’11 agosto 2003 (legge n. 231/2003) viene approvata la partecipazione alla missione “Active Endeavour”, e il 12 marzo 2004 (legge n. 68/2004) quella alla missione “Resolute Behaviour”, entrambe e svolte da unità navali,  rispettivamente, nel Mediterraneo orientale e nel Mare Arabico.

Nell’agosto 2003, la missione Isaf passa sotto comando Nato, ovvero di un’alleanza militare formalmente in guerra contro il terrorismo islamico per la liberazione del popolo afgano. Pochi mesi dopo, il 13 ottobre 2003, la risoluzione Onu n. 1510, stabilisce l’espansione della missione Isaf dalla sola Kabul (capitale dell’Afghanistan) all’intero territorio afgano, prevedendo una progressiva espansione anche nelle zone meridionali e orientali dove le nostre forze militari Nato continuano a combattere il nemico: i talebani.

La strategia e la tattica per vincere la guerra va cambiata: più droni per stanare i pazzi suicidi talebani e non. Più prevenzione, più intelligence, più umanità, più informazione ai cittadini afgani e dell’Alleanza Atlantica. Stop ai bombardamenti indiscriminati.   

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