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"Se un intellettuale non ha tempo per cercare la verità vuol dire che è impegnato"

di Massimo Negrotti*

La pretesa supremazia dell’intelletto sulle altre attitudini umane, come la sensibilità e l’esperienza, è antica quanto la filosofia e ha fatto più danni di quanti ne abbia fatti l’aggressività fisica.

Senza l’intervento dell’intelletto o, più propriamente, della ragione, ogni esperienza è sicuramente povera e senza respiro, ma è anche vero che, senza sensibilità ed esperienza, l’intelletto vaga nel vuoto, riempito unicamente di visioni metafisiche che non hanno mai prodotto alcunché di rilevante per il genere umano.

La perfetta coniugazione delle due attitudini non è cosa semplice ma, in fondo, la scienza, con la sua integrazione di teoria e sperimentazione, è una buona soluzione a questo proposito.

Tuttavia, ancora oggi, alcuni cosiddetti “intellettuali”, non sono disposti a riconoscere che medici e ingegneri, astronomi e geologi, ma persino musicisti o pittori, siano definibili correttamente alla loro stessa stregua.

Questa posizione decisamente sciocca è particolarmente radicata nella cultura italiana per l’influenza dell’idealismo, ma è stata notevolmente modificata dalla strategia comunista.

Quest’ultima è da ricondursi alla dottrina di Gramsci, con la sua immagine dell’“intellettuale organico” e il suo progetto per la conquista della cultura come viatico per la successiva conquista del potere da parte delle così chiamate masse diseredate.

È su questa base che nasce la dottrina dell’“intellettuale impegnato” che mira a ricondurre l’intellettualità alla la realtà, ma solo, purtroppo, in una chiave sociale ideologicamente chiusa e dogmatica.

L’intellettuale, ridefinito, è così un uomo di lettere, di storia o di filosofia ma anche tecnico o scienziato, che, a parole o con la firma ben visibile nei tanti “manifesti” che si sono susseguiti negli ultimi decenni, si mette al servizio degli sfruttati e, ovviamente, si mostra ostile nei confronti del ceto borghese cui peraltro appartiene disinvoltamente.

Il Partito comunista italiano, dopo la Seconda guerra mondiale, ha abilmente organizzato tutto questo per almeno trent’anni potendo contare sulla collaborazione di quotidiani, editori e buona parte dei mai sufficientemente deplorati “assessorati alla Cultura”.

Ciò che, però, gli strateghi marxisti non avevano saputo prevedere è che il principale risultato di questa strategia sarebbe consistito nella formazione di una consorteria fra gli intellettuali e l’industria culturale, totalmente fondata sulle due ambizioni prevalenti nello stesso e odiato mondo borghese: il successo e il profitto.

Attori, registi, docenti, autori letterari, persino compositori, cantautori e comici hanno raggiunto i propri scopi, di successo e di reddito, proprio grazie all’organizzazione messa a loro disposizione e che, nelle ingenue speranze dei comunisti, avrebbe dovuto contribuire alla realizzazione di una società socialista.

Essi si sono ben guardati, come si guardano bene tutt’oggi, dal riconoscere il proprio “conflitto di interesse” persino nel momento in cui denunciavano quello altrui e dall’auspicare davvero una società di eguali, tutti dipendenti pubblici, senza personalismi e senza profitto.

Tuttavia, la politica che essi hanno contribuito a consolidare è fortunatamente naufragata attraverso la riscossa delle più semplici verità della natura umana, ampiamente raccolte dalle società aperte, che includono il successo e il profitto come legittime manifestazioni della libertà, ragionevolmente regolate dallo Stato ma non certo perseguite come esibizioni del demonio.

La doppiezza di larga parte degli intellettuali è perciò stata e in parte è ancora la peggiore manifestazione di ciò che il sociologo Max Weber additava, un secolo fa, come l’attitudine di molti a fare dell’attività politica la propria fonte permanente di reddito più che una beruf, nel senso di vocazione, tesa davvero al bene comune.

*www.opinione.it

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