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Una donna che scrive una storia di donne

di Emanuela Medoro

L’Amica geniale (2011), Storia del nuovo cognome (2012), Storia di chi fugge e di chi resta (2013), Storia della bambina perduta (2014).

Un totale di 1630 pagine, è la quadrilogia di Elena Ferrante, centrata sulla storia dell’amicizia fra due donne nata e in gran parte vissuta in un rione della periferia di Napoli.

La storia di queste due donne e del loro rapporto, profondo e necessario per ambedue, inizia negli anni cinquanta e prosegue fino ai giorni d’oggi.

Per dovere di cronaca riporto notizie sulla identità dell’autrice, attingendo da Wikipedia. Elena Ferrante è una scrittrice italiana, nata e cresciuta a Napoli; ha fatto studi classici. È opinione diffusa che il suo nome sia uno pseudonimo.

Tra le ipotesi fatte sulla sua vera identità ci sono quelle di Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea moglie di Domenico Starnone, di D. Starnone stesso, di Goffredo Fofi, degli editori Sandro e Sandra Ferri.

Il critico e romanziere Marco Santagata ha recentemente tentato di svelare l'identità della Ferrante, che potrebbe essere la storica normalista Marcella Marmo. Altre piste, invece, indicano il poeta e logico Marcello Frixione.

Sono incline a pensare che Elena Ferrante sia una donna che scrive una storia di donne, nata e vissuta a lungo a Napoli, dotata di una singolare miscela di ragione e sentimenti: straordinaria intelligenza, acuta capacità di osservazione della realtà, finezza psicologica nell’osservazione degli intrecci caotici dei complessi rapporti umani, ed anche disciplina negli studi e ferrea volontà.

L’io narrante dei quattro volumi è Elena Greco, scrittrice e madre. Fin dal primo volume chi legge può notare con chiarezza il particolare metodo di osservazione del mondo circostante.

L’autrice osserva con occhio acuto i particolari di vita vissuta, li dilata come se avesse una lente d’ingrandimento e li espone con una linguaggio ricco e preciso nella scelta del lessico, collegato con una felice e scorrevolissima sintassi della frase e del periodo.

Un fiume di parole inarrestabile, coinvolgente, una corrente potente che, scorrendo ora veloce, ora lenta, trascina e cattura l’attenzione, cancella ogni altro pensiero, spinge ad andare avanti, avanti nella lettura, senza fermarsi mai.

Fa dimenticare ciò che è vicino a noi, creando un intenso rapporto emotivo con le due protagoniste, fatto di partecipazione, affetto e ammirazione.

Protagoniste due ragazze del rione, Raffaella/Lina Cerullo, figlia dello scarparo, e Elena/Lenuccia Greco, figlia dell’usciere. Una folla di personaggi femminili e maschili si muove intorno a loro, in un vivacissimo e complesso intreccio di sentimenti, che spaziano dall’amicizia all’amore e all’odio, in un rapido susseguirsi di vicende.  Ignoranza e violenza, tanta violenza, morti ammazzati, morti per droga, ma soprattutto tanta violenza degli uomini verso le donne.

Ripercorrere la storia di queste ragazze fino all’età matura, nel rione e fuori, per le persone della mia età è un’esperienza autobiografica. La lettura dei volumi mi ha suscitato ricordi di episodi della mia infanzia e delle fasi successive della mia vita. A cominciare dalla presenza e dalla influenza della maestra della scuola elementare, in un’epoca in cui la scuola era veramente il centro della vita dei bambini fuori dell’ambito familiare.

Tappa importante, allora, che segnava il destino di tutti a soli undici anni, l’esame di ammissione alla scuola media, che andava preparato in modo specifico, preparazione che, nel caso di Lina e Lenuccia, si pagava.

Elena entra nella scuola media e procede brillantemente negli studi. Con volontà di ferro, studiando di notte e lavorando di giorno, consegue brillantemente la licenza liceale, vince la borsa di studio per la Normale di Pisa, si laurea e sposa Pietro Airota, uno studioso proveniente da una famiglia del nord molto nota nel mondo della scienza e delle lettere, destinato alla carriera universitaria.

Lina, invece, terminate le scuole elementari, incomincia a lavorare nella calzoleria del padre, e con singolare genialità creativa inventa e realizza un modello di scarpa in seguito popolare e vendutissimo in un negozio della Napoli bene. Sposa a sedici anni Stefano Carracci, salumiere nel negozio di famiglia, figlio di Don Achille.

Con Enzo capisce subito l’importanza dell’informatica, insegna a Lenuccia, laureata a Pisa ma del tutto ignorante dei progressi della tecnologia, il miracolo della videoscrittura e mette su una piccola impresa a carattere familiare che le consente, finalmente, una vita agiata.

Nel passaggio dai sogni adolescenziali all’età matura delle protagoniste emerge pian piano l’influenza determinante del crimine nella vita quotidiana del rione: arricchimento di pochissimi, arroganza, protervia, crudeltà. Soprattutto violenza sia fisica che psicologica, parte integrante della cultura di uomini e donne. Cito perché particolarmente illuminante un episodio di violenza dell’uomo sulla donna.

Dopo il matrimonio con Stefano, fastoso e costosissimo, Lila torna dal suo breve viaggio di nozze ad Amalfi con visibili segni di botte e violenze in tutto il suo corpo. Amici e vicini di casa osservano e notano quasi con compiacimento, bravo Stefano!

Lila e Lenuccia sono i personaggi positivi del rione, coraggiosamente vanno avanti fra gli alti e bassi del quotidiano, difficile e tosto per ambedue. Trascurando caporioni, strozzini, venditori di droga e commercianti evasori fiscali totali che ignorano il significato della parola tasse, tra i personaggi maschili ricordo in modo particolare Nino Sarratore, figlio di Donato, ferroviere e poeta.

Nino Sarratore, un bel ragazzo sottile, espressivo, dalla parola facile, brillante studente liceale, si trasferisce a Milano per gli studi universitari, e inizia la carriera accademica che in seguito lo riporterà a Napoli.  E’ lui il grande amore di ambedue le ragazze. Prima di Lila, poi di Lenuccia. Affascinante, calcolatore, cinico e spregiudicato rompe le famiglie altrui approfittando dei sentimenti delle donne, ma tiene ben salda l’unità della propria. Seduce ed usa le donne con oculata scaltrezza, le sceglie per capacità personali e relazioni familiari e sociali, lascia figli in giro senza troppi pensieri.

Per lui conta solo la rete di amicizie e complicità necessarie per la scalata professionale e sociale. Nei suoi successi professionali, incarichi, pubblicazioni e nomine, è sempre determinante la presenza e l’opera delle donne.

Illuminante notare il percorso politico ed ideologico di questo individuo furbissimo, simbolico rappresentante della nostra storia recente.   Incomincia negli anni sessanta dalla estrema sinistra, attacca e mortifica un democristiano durante la presentazione del primo libro di Lenuccia a Milano.

Fa carriera nel mondo accademico di Milano, torna a Napoli come docente universitario ordinario, e poi con il partito socialista è eletto deputato in parlamento.  Successivamente, con un sorprendente, imprevedibile spostamento, nel ’94 sceglie un campo diverso e rientra in parlamento eletto trionfalmente a Napoli con una larghissima maggioranza. In nome del primato della politica e della volontà popolare attacca la magistratura che mette il naso nel malaffare, dove non dovrebbe.

“…La gente moriva d’incuria, di corruzione, di sopraffazione, e tuttavia, a ogni tornata elettorale, dava il suo consenso entusiastico ai politici che le rendevano la vita insopportabile.”

Per quanto riguarda la lingua della quadrilogia è doveroso sottolineare la profonda consapevolezza dell’autrice del rapporto tra lingua nazionale e dialetto nativo.

Diversamente da Andrea Camilleri che abilmente fonde lingua e dialetto creando un suo particolare, colorito impasto linguistico, E. Ferrante racconta solo in italiano, scrive i dialoghi in italiano e riferisce, sempre in italiano, tutte le volte in cui i vari personaggi si esprimono in dialetto, senza usarlo in maniera diretta. Accade quando esprimono sentimenti ed emozioni.

Riporto alcuni esempi di questo singolare modo di considerare il rapporto fra dialetto nativo e lingua italiana appresa successivamente: “…Lila sbuffò e passò di colpo ad un dialetto feroce con cui le scaricò addosso gli insulti fantasiosi di cui era capace.”

“…Sibilò, passando a un dialetto violento, che potevano andare a studiare quando volevano…”.  “…Ero meravigliata di come la tonalità della minaccia, che fin da piccola avevo messo in atto solo in dialetto, mi venisse bene anche in lingua italiana”.

“…Parlai con molta decisione, in italiano, come se non fosse un argomento riconducibile al dialetto, come se mio padre, mia madre e i mei fratelli non dovessero e non potessero capire ciò che stavo per fare…”  “Le diedi uno schiaffo violentissimo e le scaricai addosso insulti in dialetto.”

In conclusione di queste brevi note di lettura vorrei far notare che nel primo volume, e di nuovo alla fine, c’è un contatto con un classico della letteratura americana.

Le due protagoniste, brillanti alunne di scuola elementare, consigliate dalla maestra Oliviero, leggono “Piccole Donne” di Luisa May Alcott, scrittrice che caratterizza le quattro sorelle March in modo tanto acuto e preciso che esse tuttora rappresentano le caratteristiche delle donne americane. Da notare che anche l’intera opera relativa alle sorelle March si svolge in quattro volumi.

La quadrilogia di Elena Ferrante è stata tradotta e venduta in tutto il mondo.  Nelle controcopertine dei romanzi, ci sono riportati brani di critica apparsi in autorevoli giornali. Scelgo fra tutte la frase del New York Times, efficacemente sintetica: “…Elena Ferrante trasforma l’amore, la separazione e la riunione di due povere ragazze nella tragedia della loro città, un luogo bello e straziante”. Ma Lenuccia osserva: “… non è il rione ad essere malato, non è Napoli, è il globo terrestre, è l ’universo, o gli universi. E l’abilità consiste nel nascondere e nascondersi lo stato vero delle cose.”

 

 

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