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Il Cenacolo michettiano 2

Elaborazione storica di Laura Del Fallo

Il Cenacolo michettiano ebbe origine nel 1880 e si deve a Mario Vecchioni il merito d’aver per primo, nel 1955, precisato come e quando Francesco Paolo Michetti, insieme con d’Annunzio, Tosti, Barbella e Paolo De Cecco, diede vita a quel famoso sodalizio che tanta importanza rivestì nella cultura abruzzese ed italiana di fine Ottocento.

Il Vecchioni precisò, infatti, che non vi è stato biografo di d’Annunzio che non sia incorso in errore circa gli artisti che diedero origine ed alimentarono il glorioso Cenacolo di Francavilla al Mare.

«Eppure lo stesso d’Annunzio – conferma Vecchioni – ha immortalato la bella compagnia d’amici, che vissero nel culto dell’arte fra promesse e speranze di gloria, nella dedica a Idillii selvaggi compresi nella seconda edizione di Primo vere (1880): a Francesco Paolo Tosti, a Francesco Paolo Michetti, a Costantino Barbella, a Paolo De Cecco – questi scialbi pitiambici – in ricambio – del XXVI ottobre, un poema!», in ricordo, cioè, del primo incontro francavillese.

(Cfr. Mario Vecchioni, Lettere inedite di Gabriele d’Annunzio a Paolo De Cecco, in D’Annunzio a Roma, Roma, Fratelli Palombi, 1955, pp. 157-8).

I fondatori del cenacolo furono: Paolo De Cecco, Gabriele d’Annunzio, Francesco Paolo Michetti, Francesco Paolo Tosti e Costantino Barbella.

I più assidui ed importanti frequentatori furono Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Guido Boggiani (1861-1901) e Alfonso Muzii (1856-1946).

Lo scrittore Primo Levi, anch’egli frequentatore del Cenacolo, scrisse nel 1882 nel famoso libro Abruzzo forte e gentile: «Già da tempo […] nel 1880 […] convenne […] un’eletta schiera di artisti sommi, nel casone strano di Michetti, in riva al mare, da Edoardo Scarfoglio, a Francesco Paolo Tosti, da Gabriele d’Annunzio a Guido Boggiani, da Matilde Serao a Costantino Barbella. Ha vita il Cenacolo degli Artisti, denominazione rimasta allo studio di Michetti».

Nel cenobio, Michetti disegnava le sue famose pastorelle, d’Annunzio scriveva articoli mondani, Tosti cantava le sue melodie, Barbella modellava statue, De Cecco, disegnava e allietava gli amici suonando il mandolino.

Fu, quindi, una sorta di officina dove tentò di realizzare, anche se in modo sperimentale, il sogno di abbattere le barriere tra un’arte e l’altra, di creare un sistema di interferenze fra pittura, scultura, musica e versi.

Tutti gli artisti lavorarono in sintonia sotto la guida di Michetti e influenzati, come il resto dell’Europa, dal sogno di una grande immensa Arte fatta di tutte le arti.

A questa operosità artistica faceva riscontro lo sviluppo turistico di Francavilla.

La città non era mai stata avara di nomi illustri nel campo delle lettere, delle leggi, delle scienze e delle arti, ma in quegli anni costituì un vero e proprio polo di attrazione per quanti, pur provenendo da centri più evoluti di Francavilla per trascorrere le vacanze estive, trovavano qui l’occasione di un soggiorno culturalmente qualificato.

La nascita del cenacolo a Francavilla, che con la pittura, la musica ed il disegno irradiò tanta luce d’arte, indusse Papini e Giuliotti nel 1923 a scrivere nel loro Dizionario dell’Omo Salvatico, che l’Italia, a causa di quella leggendaria brigata, «corse il rischio di diventare abruzzese».

L’attività del Cenacolo ebbe una vita intensa ma breve; terminò, infatti, nel 1889, anno in cui si sposarono Costantino Barbella e Carmelo Errico.

Del resto dei cinque fondatori del Cenacolo, d’Annunzio si era sposato nel 1883, Paolo De Cecco nel 1884, Michetti e Tosti nel 1888.

Che ufficialmente il cenacolo michettiano sia cessato nel 1889 ne abbiamo dimostrazione nell’estate di quell’anno in quanto Michetti, invece di invitare d’Annunzio al convento come aveva fatto l’anno precedente, gli trovò L’Eremo di San Vito per trascorrere l’estate insieme con Barbara Leoni.

Nel 1932, il pittore abruzzese Italo De Sanctis, riferendosi alla decisione di Michetti di vivere a Francavilla così scriverà: «Gli era piaciuta quella campagna placida, tutta fresca di orti e di frutteti. Con pochi soldi si sbarcava il lunario, in una solitudine un po’ selvaggia.

La gente era buona e il vino era come la gente.

Le donne, belle, erette, flessuose, andavano in camicia bianca e gonnelle succinte, mostrando senza alcuna malizia i seni turgidi e le braccia tornite.

Gli uomini erano gravi e come monumenti.

Vi chiamò amici e colleghi, che accorsero entusiasti e formarono il Cenacolo che diede all’Italia la poesia più alta, la pittura più veemente, la canzone più accorata.

Francavilla era un luogo ideale per la loro vita capricciosa; ed essi vi vissero nella piena grazia del Signore, della gioia di creare, della febbre del lavoro, dell’ebrietà dei canti, dei rapimenti dell’amore. Tempi del buon umore, della gioia totale!

Le albe si seguivano rosee nell’oblio delle stagioni, e un incantamento sonoro era nell’estasi della luce, una fragranza di spiganardo nell’aria.

Giovani, liberi e scapigliati, non soffrivano stanchezza.

A giornate di alacre e fecondo lavoro seguivano notti di deliranti gaudii, al chiaro di luna.

Persino delle vaghissime amazzoni scendevano da Chieti alla marina per rendere più fiabesca la loro vita, in quel lembo di paradiso…».

Vedi anche: Il Cenacolo michettiano

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