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Maschera funebre di Celestino VPapa Francesco a Isernia per l'indizione dell'Anno giubilare Celestiniano

di Giacomo Galeazzi*

Nel Medioevo per proclamarsi patria di un santo e ottenere la legittima titolarità delle sue reliquie si scontravano città e contrade.

Oggi a Isernia papa Francesco sarà in piazza per l'indizione dell'Anno giubilare Celestiniano, in onore di Celestino V, il Papa molisano del «gran rifiuto», a 800 anni dalla nascita.

Nell'immaginario collettivo dei credenti l'ex eremita divenuto Pontefice in una delle stagioni più turbolente della bimillenaria storia della Chiesa è eternamente legato alla terra abruzzese, malgrado la sua madrepatria sia circa 150 chilometri più a sud.

A ribadire simbolicamente la "abruzzesità" del santo sarà la presenza, ai piedi del palco papale, del governatore dell'Abruzzo Luciano D'Alfonso.

Del resto il martirologio romano ricorda che "San Pietro Celestino dopo aver praticato vita eremitica in Abruzzo, celebre per fama di santità e di miracoli, ottuagenario fu eletto Romano Pontefice, assumendo il nome di Celestino V, ma nello stesso anno abdicò dal suo incarico preferendo ritirarsi in solitudine".

Al secolo si chiamava Pietro Angeleri ed era nato verso il 1215 a Isernia da modesti contadini, penultimo di dodici figli. "Dalla madre, rimasta vedova, fu avviato agli studi ecclesiastici, ma siccome si sentiva attratto dalle austerità della vita monastica, a vent'anni Pietro si fece benedettino a Faifoli (Benevento), che lasciò dopo pochi anni per vivere da eremita in una grotta sul monte Palleno- racconta il suo biografo Guido Pettinati-

Dopo tre anni fu ordinato sacerdote a Roma.

Ritornò a condurre vita eremitica sul Monte Morrone, nei pressi di Sulmona, assetato di preghiera, di quotidiani digiuni e macerazioni".

La morte lo raggiunse nel castello di Fumone il 19 maggio 1296 cantando salmi.

Clemente V lo canonizzò nel 1313.

Le sue reliquie sono venerate all'Aquila, nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio.

A trasmetterne la memoria è però soprattutto il passo indietro dal Soglio di Pietro.

I casi storici di rinuncia, comunque, non mancano, soprattutto nei tempi più remoti del Papato: San Clemente, quarto pontefice romano, arrestato ed esiliato per ordine di Nerva nel primo secolo dopo cristo, abdicò dal Sommo Pontificato indicando come suo successore Evaristo, affinché i fedeli non restassero senza pastore.

Nella prima metà del III secolo, Ponziano lo imitò poco prima di essere esiliato in Sardegna; al suo posto venne eletto Antero.

Silverio, 58esimo vescovo di Roma, fu deposto da Belisario e in punto di morte (11 marzo 537) rinunciò in favore di Vigilio, fino ad allora considerato un usurpatore.

Vi sono poi molti altri casi, più problematici, in cui si discute se vi sia stata rinuncia o addirittura rinuncia tacita, come nel caso di Martino (VII secolo).

Altro caso più difficilmente inquadrabile è quello di Benedetto IX, che prima venne deposto in favore di Silvestro III, salvo poi riassumere la carica per poi rivenderla a Gregorio VI, il quale, accusato di simonia, fece atto di rinuncia dopo aver ammesso le sue colpe.

Siamo nella prima metà dell'anno Mille.

Il più celebre caso di rinuncia all'ufficio di Romano Pontefice fu quello di Celestino V, detto anche «il Papa che fece per viltà lo gran rifiuto», che portò all'elezione di Bonifacio VIII nel 1294.

Poiché quest'ultimo fu un pontefice non affine a Dante Alighieri, egli nella sua Divina Commedia pone, probabilmente, Celestino V nell'Antinferno tra gli ignavi: non è però certo chi il Sommo Poeta volesse indicare nel seguente passo, potrebbe trattarsi infatti, secondo alcuni critici di Ponzio Pilato, Esaù o Giano della Bella: con il cardinale Benedetto Caetani, e si fece confermare dal concistoro dei cardinali che un'abdicazione dal soglio pontificio era possibile, quindi, in data 10 dicembre 1294, emanò una costituzione sull'abdicazione del papa, confermò la validità delle disposizioni in materia di Conclave anche in caso di rinuncia, ed appena tre giorni dopo rese note le sue intenzioni ed abdicò.

Nel 1415 un altro Papa, Gregorio XII, eletto all'epoca dello Scisma d'Occidente a Roma, dopo molti anni di lotte e di contese giuridiche, belliche e diplomatiche, fece atto di sottomissione ai decreti emessi dai padri conciliari, durante il Concilio di Costanza, che era stato convocato dall'antipapa Giovanni XXIII e presieduto dall'Imperatore Sigismondo per dirimere ogni questione.

Uno di questi decreti intimava a tutti i contendenti di abdicare, nel caso che non si trovasse una soluzione e non si raggiungesse l'accordo fra i tre pretendenti al Soglio.

Davanti al rifiuto di Benedetto XIII (rappresentante dell'obbedienza avignonese) e alla fuga di Giovanni XXIII (poi ricondotto in Concilio e deposto), alla fine Gregorio XII acconsentì ad abdicare, dopo aver riconvocato con una sua bolla il medesimo Concilio.

All'abdicazione però non seguì l'elezione di un nuovo Papa, che si verificò passati due anni e solo successivamente alla scomparsa di Gregorio XII, dopo la quale venne convocata un'assemblea mista di cardinali e di padri conciliari, che elesse Martino V nel 1417.

www.vaticaninsider.lastampa.it

Vedi anche: La Perdonanza Celestiiana; La vita di Papa Celestino V

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