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Le tradizioni folkloristiche abruzzesi

L’etimologia del termine “folklore” deriva dall’unione di due parole di antica origine sassone : “folk” popolo e “lore” sapere, sapere del popolo.

Lo studio e l’interpretazione delle tradizioni popolari in Abruzzo sono iniziati ad opera di studiosi che ne avevano intuito l’importanza molto tempo prima che Gramsci così definisse il folklore: “non una bizzarria, una stranezza, una cosa ridicola ma una cosa molto seria.

Finora il folclore è stato studiato prevalentemente come elemento pittoresco, occorrerebbe studiarlo invece come concezione del mondo e della vita”.

Uno dei padri delle tradizioni popolari si deve ritenere il medico siciliano Giuseppe Pitrè che iniziò il lavoro di raccolta, studio ed interpretazione del folclore con la creazione della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane.

Egli uscì dai confini della sua isola e si relazionò con altri studiosi tra cui l’eminente antropologo Gennaro Finamore che per primo sistemò organicamente la cultura popolare abruzzese;  anch’egli medico, proprio dall’esercizio della sua professione ebbe il primo impulso a raccogliere i documenti della vita popolare della nostra regione.

I suoi due volumi “Curiosità e credenze “ costituiscono il corpus più completo delle tradizioni regionali: materiale relativo a credenze, consuetudini, superstizioni, norme di medicina popolare.

Suo contemporaneo e altro studioso del folclore abruzzese fu Antonio De Nino che si dedicò agli studi demiologici e linguistici contenuti nella sua raccolta “Tradizioni popolari abruzzesi” che fu definita letteraria in contrapposizione a quella dello scientifico Finamore.

Un saggio di questa tipologia di studi è il racconto “La gallina nera” ispirato alla credenza popolare secondo cui la cresta della gallina nera guarisce dal mal di testa.

Anche il sulmonese Giovanni Pansa legò il suo nome ad importanti ricerche relative a superstizioni e miti abruzzesi.

I suoi due volumi

“Miti e leggende e superstizioni d’Abruzzo” sono ritenuti fondamentali per gli studi etnografici regionali.

Il Pansa si è dedicato nello specifico al culto delle grotte, delle pietre miracolose e alle usanze devozionali nei pellegrinaggi in particolare agli ‘strofinamenti rituali’ nei confronti dei quali lo studioso mostra uno spirito interpretativo all’avanguardia ritenendo queste antiche pratiche, ancora esercitate in qualche santuario, finalizzate ad ottenere un contatto completo con la divinità dalla quale ci si aspetta di ricevere guarigioni e grazie.

Domenico Ciampoli (Atessa 1852-Roma 1926) narratore e saggista fu un fecondo scrittore di fiabe e racconti in stile verista ispirati alla tradizione folcloristica abruzzese e, anche se non fu un vero e proprio studioso, trascrisse leggende e credenze della vita popolare del proprio tempo.

Nella sua raccolta “ Fiabe abruzzesi” descrive il mondo agropastorale, le celebrazioni votive del mese di maggio in onore della Madonna e le consuetudini magico-sacrali legate al matrimonio.

Credenze popolari, riti e pratiche magiche

Dalle ricerche e dagli studi compiuti da questi padri del folklore e delle tradizioni popolari sono venuti alla luce tutta una serie di documenti riguardanti i riti di magia, le superstizioni e le terapie naturali dei tempi passati.

Tante erano le pratiche magiche che avevano lo scopo di scongiurare gli eventi da ogni influsso negativo proveniente dal soprannaturale.

Queste riguardavano tutti gli aspetti e le tappe della vita umana secondo un ritmo cadenzato del tempo: la nascita, il fidanzamento, il matrimonio, la morte.

Numerose erano le credenze popolari che accompagnavano la nascita di un bimbo e i suoi primi anni di vita, si tratta in genere di una serie di precauzioni miranti a tenere lontano i mali, da quelli reali a quelli “magici”.

La necessità di protezione da quanto può provocare danno anche da un’occhiata invidiosa, causa di malocchio, si spiega con il fatto che la venuta dei figli era considerato segno della benevolenza divina in Abruzzo come in tutto il centro Sud.

Antiche usanze al riguardo erano il divieto di baciare il bambino prima del battesimo e quella di appendere alla camicina del neonato cornetti, oggetti d’oro e d’argento a forma di cuore.

Molti erano gli scongiuri per i mali dell’infanzia dalle forme di incantesimo per la verminara e il Fuoco di Sant’Antonio ai riti per la propiziazione del buon afflusso del latte materno con il ricorso all’acqua“ terapeutica” di alcune fontane considerate miracolose, dedicate alla Madonna a Santa Scolastica e Santa Eufemia.

Riguardo il fidanzamento e gli usi nuziali vi erano norme particolari nella scelta della sposa, la richiesta ai genitori, il trasporto della dote, il canto della partenza, il pianto rituale della madre per il distacco dalla figlia.

Ma un momento importante era rappresentato dal trasporto della dote nuziale: venivano scritti veri e propri contratti tra i genitori degli sposi nel corso di lunghe riunioni alla presenza di testimoni.

Il trasporto avveniva il un lungo corteo di carri addobbati in cui la biancheria veniva esposta in modo che tutti ne potessero ammirare merletti e ricami.

In alcuni paesi vi era l’usanza di seguire gli sposi in corteo dopo il rito religioso e creare barriere di nastri colorati con cui i partecipanti sbarravano il cammino al seguito nuziale che potevano venire tagliati dallo sposo solo dopo il pagamento di un metaforico pedaggio in dolci, confetti e denaro.

La festa comportava la partecipazione di tutto il paese e le più antiche costumanze vogliono che il banchetto nuziale considerato un vero e proprio rito di aggregazione, si tenesse a casa della sposa e durasse molte ore.

Esso era rallegrato da canti e brindisi che inneggiavano alla bellezze della sposa, auguravano ricchezza e abbondanza soprattutto di figli e tessevano complimenti per il cibo e il vino.

Le usanze legate alla morte secondo arcaiche tradizioni comportavano tutta una serie di rituali dopo la constatazione del decesso.

I famigliari del defunto interrompevano il lavoro, non dovevano pulire la casa e stare in silenzio.

Al trapassato venivano fatti indossare gli abiti migliori, le mani gli venivano giunte sul petto e gli si metteva una moneta in bocca o in tasca che gli doveva servire perché si potesse pagare il tragitto verso l’aldilà.

La bara veniva corredata di tutti quegli oggetti che furono in vita cari all’estinto, cappello, pipa, bastone, attrezzi per la barba…

Largamente in uso era il pranzo funebre, chiamato “ consolo” preparato da parenti ed amici della famiglia dell’estinto a scopo consolatorio.

Terapie naturali dei nostri nonni

Gli abruzzesi per secoli per curarsi hanno ricorso alla cosiddetta “ farmacia del buon Dio” cioè alle erbe e ad altri prodotti naturali.

Si trattava di ricette molto diffuse tra il popolo e alla portata di tutti a base di sambuco, rosmarino, salvia, menta, camomilla, vino che venivano usati come veri e propri medicamenti.

Per ogni malattia c’erano almeno cinque erbe a curarla.

L’acqua del fiore di sambuco era considerata un rinfrescante, l’infuso di rosmarino misto a vino fermentato era usato per purificare le gengive e profumare l’alito, il succo delle rose veniva ritenuto un ottimo aperitivo, mentre quello delle viole un efficace purgativo.

I distillati di fiori di sambuco, di finocchi e di salvia servivano per lenire il male agli occhi, mentre il mal d’orecchi si curava con succo di zucca unito ad olio.

Per far maturare i foruncoli si usava un miscuglio di farina di miglio, mentre l’impasto di farina di fave serviva a curare le piaghe.

Per lenire gli arrossamenti dei lattanti si spalmava olio d’oliva talvolta mescolato con cipria.

Il male alle ginocchia si curava applicando stoppa imbevuta di vino nero.

Il singhiozzo si debellava sorseggiando lentamente uno sciroppo di papaveri misto ad orzo, il succo di ciclamino serviva invece ad arrestare una emorragia nasale, infine le piume di pioppo, raccolte a suo tempo, sostituivano il cotone idrofilo.

Saponi e detersivi di un tempo

Le casalinghe di un tempo portavano a lavare lenzuola, federe e tovaglie al fiume le sbattevano contro i sassi e poi le stendevano al sole sui prati finché non acquistavano il candore ed il profumo caratteristico del bucato di un tempo.

Il sapone per lavare la biancheria si ricavava da lunghi e pazienti procedimenti.

Si mettevano, in un sacco appeso ad un chiodo della cucina o del fondaco, cenere, legna e calce miste ad acqua che si aggiungeva di tanto in tanto.

Il liquido che da esso gocciolava, che aveva forti proprietà detergenti, veniva raccolto in un recipiente e poi, mescolato ad olio d’oliva di scarto ed a grassi di maiale, veniva fatto bollire fino ad ottenerne un miscuglio pastoso e sodo.

Una volta raffreddato veniva tagliato in pezzi di sapone.

La liscivia veniva ricavata dalla decantazione della cenere di legna nell’acqua bollente e poi usata in dosi misurate per mettere in ammollo la biancheria sporca.

Un altro lavoro che richiedeva fatica e pazienza alle massaie di un tempo era la lucidatura dei recipienti di rame: conche, pentole, tegami, bracieri e scaldini.

Specialmente in prossimità delle feste le donne di casa toglievano a questi recipienti la patina scura strofinandoli con sabbia bagnata e poi con aceto e sale risciacquando alla fine con acqua e sapone.

La sabbia, il sale e l’aceto erano usati quotidianamente dopo ogni pasto nel lavaggio di pentole e posate per farle tornare nitide e terse.

tutti pazzi per la Civita