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Quasi una sagra di paese, dove le tradizioni si svolgono animatamente nel culto mariano

di Elisabetta Mancinelli

Ogni anno la prima domenica di giugno torna la consueta festa dei pescaresi,  quella dei Colli che si svolge al Santuario della Madonna dei Sette Dolori.

Le leggende  devozionali  all'origine  del culto

La tradizione  della festa è antichissima, da notizie storiche e documenti tramandati  il culto della Madonna nell'attuale quartiere dei Colli ha origine tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo cinquecento e il seicento, quando il luogo dell'attuale santuario era ricoperto di cespugli e querce dove i contadini conducevano al pascolo le greggi.

Un giorno su una pietra apparve l'immagine della Madonna, nella scena della deposizione della Croce: Maria aveva sette spade conficcate nel cuore e, sulle ginocchia, il corpo senza vita di suo Figlio.

Si decise di portare l'immagine in una  cappella a Colle Ruscitelli nella contrada De Jacobis, ma il mattino seguente  l'immagine era stata spostata nel luogo dove c'era stata l'apparizione: si pensò  ad uno scherzo e la pietra fu riposta di nuovo nella cappella.

Il giorno seguente accadde la stessa cosa: tra tante perplessità fu riportata di nuovo nella cappella e ci si assicurò di aver chiuso bene finestre e porte e venne fatta  la guardia  anche durante la notte, ma l'immagine, il mattino dopo, fu ritrovata dai guardiani e ai devoti accorsi  nel luogo primitivo.

Il miracolo della pioggia

Un secolo dopo una nuova e singolare leggenda contribuì a sviluppare la devozione verso la Madonna dei Sette Dolori: contro la siccità che nei mesi di marzo e aprile del 1893  imperversava sulle campagne di Castellammare Adriatico e il raccolto si preannunciava insufficiente.

Si racconta che in quella tarda primavera del 1894, da 40 giorni il cielo si manteneva limpido e terso su tutti i paesi e una forte siccità minacciava di distruggere tutto il raccolto e si temeva la carestia, di conseguenza la fame e la miseria.

Compagnie di fedeli iniziavano, intanto pellegrinaggi al Santuario della Madonna dei Sette Dolori a piedi scalzi, recando torce e quadri, salmodiando ed inneggiando alla Madonna.

Venivano pellegrini da tutti i paesi del circondario e una volta giunti davanti al Santuario, facevano, sui gradini e nella chiesa, lo “struscio della lingua”.

Il reverendo don Cetteo Cervone di fronte a questo rito dei fedeli, decise di fare,il giorno 12,una grande processione che, partendo dai Colli, arrivava fino al Borgo Marino nord per implorare, di fronte all’Adriatico, la pioggia della salvezza.

La Banda di Spoltore la mattina alle cinque era già davanti alla chiesa, le campane cominciavano a suonare a stormo per chiamare i fedeli e, ai loro rintocchi, rispondevano le campane di San Cetteo, di San Panfilo, quelle di Villa del Fuoco e di San Rocco delle Piane e tutte innalzavano al cielo la loro voce per chiedere misericordia.

Verso le sette la processione cominciava a snodarsi e mano a mano nuovi fedeli venivano ad aggiungervisi.

Apriva il corteo un quadro sacro portato da un contadino  e seguivano, in due lunghe file, vestiti di bianco e con la candelina in mano, decine e decine di bambini vestiti da angioletti a piedi nudi cantavano con le loro tenere voci “Viva Maria e chi la creò”, dietro venivano le donne, anch’esse scalze  con la candela accesa in mano, infine gli uomini, scalzi anche loro, a testa scoperta e recanti grossi ceri accesi ed immagini sacre.

La statua della Madonna veniva portata a spalla da robusti contadini che si davano il cambio. Tutti cantavano inni sacri con devozione profonda ed a volte, più di un canto, era un vero e proprio grido di delirio, come a voler muovere a pietà la Santa Madre di Dio.

Mastro “Raffaele lu Cioppe” con il saio della Confraternita, agitando il suo bastone come maestro di cerimonia, batteva il tempo del canto. Verso le nove a metà strada, cominciò a soffiare il vento di greco levante e si innalzarono dal mare nuvole grigie e cominciarono le prime gocce.

Dai fedeli si elevò più forte il canto ed ecco finalmente l’acquazzone venne giù a scrosci, accolto dalle lacrime di gioia dei fedeli che esclamavano “Il miracolo, il miracolo della Madonna”.

La banda di Spoltore attaccò l’inno alla Madonna, mentre “Raffaele lu Cioppe” col suo bastone da maestro di cerimonia cercava di mantenere in fila i fedeli esultanti.

Intanto l’acqua veniva giù diritta e tutta la processione zuppa fradicia giungeva a Borgo Marino accolto fra due ali di popolo esultante, prostato in ginocchio sulla strada infangata.

Dopo questi prodigi  l'accaduto venne interpretato come il segno della predilezione della Madonna verso quel luogo, e vi venne eretta una cappella con un altare dove deposero la pietra, e in seguito costruirono una cupola e nel 1888 fu innalzata una torre campanaria.

La notizia del miracolo si diffuse persino nei lontani paesi delle nostre montagne e così ogni prima domenica di giugno, iniziò un pellegrinaggio di fedeli che venivano a portare torce e doni per implorare guarigioni e ottenere indulgenze.

Con tutti i doni si ampliava e si abbelliva la chiesa e nel 1665 fu ultimata la facciata.

Sino alla fine del 1800 i pellegrini continuarono a scendere numerosi dai monti, partivano a piedi dai paesi, il venerdì sera e la notte, passando avanti ai casolari o nei paesi, le Compagnie guidate da uomini recanti il quadro della Madonna e i ceri, cantavano forte l’Evviva Maria e chi la creò.

Questa manifestazione  di fede  ispirò a Francesco Paolo Michetti il celebre quadro “Il Voto” concepito alla festa di San Pantaleone a Miglianico.

I festeggiamenti di un tempo

Dopo ottenuta l’indulgenza e chiesta la grazia, i pellegrini,per tutto il 1800 e i primi decenni del 1900,  si riversavano nelle baracche a lato della Chiesa per gustarsi la porchetta, il pesce fritto, i lupini.

La sera stanchi andavano tutti insieme a buttarsi in mezzo ai campi di grano ed a riposare fino all’indomani.

La domenica giungevano carri e carretti dai paesi più vicini con pellegrini che venivano per seguire la processione che durava varie ore.

Poi terminato il rito dai carretti i pellegrini prelevavano i cesti carichi di ogni ben di Dio e andavano a pranzare nelle baracche o in mezzo ai campi, seduti sull’erba.

Il giorno del lunedì la festa era riservata ai pescaresi, allora infatti i castellammaresi della spiaggia erano per lo più pochi impiegati forestieri  che poco si interessavano alla tradizione.

I pescaresi andavano a cenare insieme ai pellegrini nelle baracche dove si vendevano squisite porchette dei pianellesi ad una lira al chilo, ma si dirigevano anche alle belle capanne del generale Fanelli, assortite di tutte le ghiottonerie: polli  soffritti, trippa, pesce fritto prosciutto e lonza.

Dopo l’ultimo fuoco pirotecnico del lunedì si tornava a piedi, tutti in comitiva cantando in coro le belle canzoni di quei tempi.

I documenti  e le immagini sono  tratti da “Racconti della memoria di una Pescara dannunziana” di Federico Valeriani

tutti pazzi per la Civita

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