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Festa in onore di San Venanzio

Si celebra il 18 maggio

"Più in là, incassato tra due montagne, il monte Urano e il monte Mentine, come in una spaccatura, il romitorio.

Pende sopra una roccia rotonda, giallastra che pare un gran blocco d'oro.

Per tutta la strada fino al romitorio, da Raiano a San Venanzio, rumorio di acque, ruscelletti che scendono fino all'Aterno"

Così Benedetto Croce, in una serie di appunti presi durante un suo soggiorno a Raiano, descrive l'Eremo di San Venanzio, uno dei posti più pittoreschi che caratterizzano la montagna abruzzese, dove la Valle Subequana si apre verso quella dell'Aterno in uno stretto passaggio che segna un panorama selvaggio e suggestivo.

Tra un sovrapporsi di rocce scoscese, addossato alla gola e quasi celato dalla vegetazione, sorge l'eremo di San Venanzio, un complesso cultuale assai articolato, dove ogni anno intere folle di pellegrini e devoti ripetono, fra gli altri, i rituali della litoterapia.

Il luogo sacro è costituito da più locali.

All'antica chiesa a cui sono affiancate alcune celle eremitiche, si appoggia un vano di passaggio verso la loggia che si apre sul fiume e da cui si diparte la Scala Santa che conduce sotto le celle fino all'alveo dell'acqua.

Dal corridoio che costeggia le celle si accede anche alla cappella delle Sette Marie, dove è conservato un pregevole compianto composto da diciassette grandi figure realizzate in terracotta policroma.

Tutto intorno la pietà popolare ha individuato sulla roccia le orme miracolose e le tracce del passaggio del Santo, che la leggenda narra sia vissuto in solitudine in questi luoghi insieme al maestro Porfirio.

Così i pellegrini toccano devotamente alcuni esempi di lusus naturae in cui vedono la forma impressa del corpo, del gomito e del piede di San Venanzio.

Il 18 maggio, fin dalle prime ore del giorno, i pellegrini, giunti da ogni parte della regione, cominciano ad affollare l'eremo.

Dopo aver visitato l'altare del Santo, usano strofinarsi sulle pareti della roccia circostante e soprattutto su un incavo in cui il santo sarebbe stato solito riposare.

Altri si siedono sul così detto sedile di Santa Rina, altri ancora depongono sull'orma del piede del Santo un sasso che, dopo le funzioni religiose, provvedono a ritirare per conservarlo come reliquia.

Fa parte dei rituali praticati, dopo essersi bagnati nelle acque dell'Aterno, risalire attraverso la Scala Santa fino alla cappella superiore, in una sorta di cunicolo stretto che mantiene i caratteri penitenziali, purificatori e simbolici dei riti di passaggio.

Prima di lasciare l'eremo i pellegrini raccolgono nella zona circostante piante di stipa pennata, una graminacea dal lungo ciuffo filiforme, detta localmente cienciapallante o lino delle fate.

Un tempo i devoti erano soliti giungere al santuario la sera precedente e dormire nel luogo sacro.

Fonte Edizioni Menabò – d’Abruzzo

tutti pazzi per la Civita

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