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Abruzzo, dove la roccia dà spettacolo

di Carlotta Lombardo*

Goccia dopo goccia, luoghi trasformati dal tempo e dall'acqua in monumentali scenografie, la cascata di rocce di Taranta Peligna

Tra lupi e pastori e il «carsismo». Il pecorino di Farindola e la mortadella di Campotosto. Una terra di sapori e suggestioni

Come una piccola Cappadocia, l’Abruzzo svela un mondo sotterraneo di stalattiti, torrenti, cascate e giochi d’acqua disseminati da stalagmiti multiformi.

È un mondo selvaggio, quello dell’Abruzzo, fatto di lupi e di pastori, montagne che l’uomo non ha ancora addomesticato e di una natura sorprendente, che in superficie svela eremi, borghi e castelli, pitture rupestri e parchi protetti e, nelle viscere della terra, cavità lavorate dal Maestro del tempo in forme sorprendenti.

Il carsismo, nella parte centrale della Majella, la “Montagna Madre”, ha lavorato ovunque.

Il massiccio è di roccia calcarea, dalla base argillosa, attraverso cui l’acqua è permeata creando cavità di grande rilievo.

Qualche esempio? La Grotta Canosa (2.604 m.), la più elevata del Massiccio, o le Grotte del Bue e dell’Asino.

La più famosa, però, è quella del Cavallone, conosciuta come Grotta della Figlia di Jorio perché, nei primi del ‘900, inspirarono il pittore Francesco Paolo Michetti per la scenografia della tragedia pastorale di Gabriele D’Annunzio.

Suggestivo è il lento avvicinamento all’entrata con la cestovia (una delle poche rimaste in Europa), che dalla stazione di Pian di Valle viaggia lungo il Vallone di Taranta Peligna fino alla montagna.

Poi dieci minuti a piedi e si è all’ingresso: un occhio di cavallo incastonato nella parete rocciosa dalle forme che ne ricordano il muso (il nome delle grotte deriva forse da questo?).

Il percorso è di 1.360 metri, la scalinata iniziale, invece, di 174 gradini: prima del 1894 vi si accedeva tramite corde stese dall’alto! Ecco la Galleria della Devastazione, dove il caos del tempo ha il sopravvento sull’armonia delle forme e dell’immaginazione; la Sala di Aligi, una vera e propria cascata di roccia lavorata dall’acqua; le Sentinelle, un susseguirsi di formazioni calcaree e di giochi di fantasia sulle forme createsi delle Sale: quella di Budda e degli Elefanti, delle Teste d’Indiani e delle Statue, dei Prosciutti e delle Campane.

Nei giorni più lunghi dell’anno il buio della Grotta del Cavallone si veste di musica, teatro e degustazioni.

È la festa della Notte Fonda indetta dall’Associazione Nazionale Città delle Grotte con spettacoli, concerti e stand gastronomici.

Curioso, il Museo Virtuale delle Grotte nell’antico Palazzo Malvezzi nel centro storico di Taranta Peligna, con ricostruzioni, video e due touch screen da 42 pollici che permettono una navigazione fra le sale della grotta, cablate con foto a 360° ad altissima risoluzione, del tutto simile a quella di “google street”.

Siamo in Abruzzo, nella Valle di Taranta, nel cuore del Parco nazionale della Majella.

Le Grotte del Cavallone ricadono nel territorio dei comuni di Taranta Peligna e Lama dei Peligni, in provincia di Chieti.

Il capoluogo è una delle 12 città appartenenti all’Associazione Nazionale delle Città delle Grotte disseminate sul territorio italiano.

Come arrivarci: in auto, attraverso l’A14, uscendo al casello autostradale di Val di Sangro. Percorrere poi la S.P. 84 per Casoli, Fara San Martino, Lama dei Peligni.

Con la A25, uscendo al casello autostradale di Sulmona - Pratola Peligna e proseguendo per Roccaraso, Palena.

Prodotti tipici: regione di delizie, l’Abruzzo non si smentisce nemmeno a tavola, dove i prodotti arrivano da una terra genuina e le ricette da antiche tradizioni.

Il Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale (Igp), ad esempio, deriva da vitelli allattati naturalmente fino alla svezzamento.

E il Pecorino canestrato di Castel del Monte è il formaggio della transumanza, prodotto prevalentemente da latte dei pascoli sui 1.800 metri di Campo Imperatore e stagionato da due mesi a un anno.

Il Pecorino di Farindola? È l’unico formaggio in cui si impiega caglio di maiale, prodotto sul versante orientale del Gran Sasso e, anch’esso.

Eccezionali, poi, lo Zafferano dell’Aquila Dop, prodotto in 15 comuni dell’altopiano di Navelli, la Ventricina (insaccato il cui nome deriva dal fatto che l’impasto è racchiuso in stomaco suino anziché in budello) e la Fiaschetta aquilana, insaccato di coscia di maiale la cui forma ricorda, appunto, la fiaschetta della polvere dei vecchi fucili da caccia.

Popolare la Mortadella di Campotosto: da queste parti chiamata “i coglioni di mulo”.

I piatti da non perdere: i Maccheroni alla Chitarra, pasta condita con ragù e abbondante pecorino, sono la ricetta più famosa della cucina abruzzese.

Vengono preparati con la “chitarra”, telaio in faggio con due serie di fili d’acciaio che servono a tagliare la pasta a striscioline.

Da Teramo arrivano invece le Scrippelle ‘mbusse, le crespelle bagnate: frittelle con scamorza e pecorino servite con il brodo di carne ben caldo; ma molto diffusi sono pure gli Gnocchetti a casce e ova, conditi con uova battute, l’immancabile pecorino e un soffritto fatto con la pancetta.

Dopo la Ghiotta (peperoni, zucchine, pomodori e patate tagliati a fette e disposti in una tortiera a strati), la dolce conclusione è con il Parrozzo, tipico di Pescara: una sorta di pagnotta rivestita di cioccolata.

*www.corriere.it

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