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Metz, un fungo nel deserto sognando l'effetto Bilbao

Il nuovo Pompidou si apre con una maxi-mostra di 750 opere

di DOMENICO QUIRICO

 

Una città, una regione con le cicatrici della crisi economica, marginale, dimenticata dal dio Sviluppo? Un tempo, per risollevarla, i politici avrebbero ordinato di costruire una fabbrica.

Oggi si installa un museo. E già: chi sfugge ormai agli adescamenti del modello Bilbao? 1997, la folle architettura di Franck Gehry, la magia del nome Guggenheim: funzionò. Duecentotrenta milioni di euro di incassi ogni anno per l’economia locale grazie all’arte. Da allora non c’è sindaco delle periferie del mondo, di luoghi in cui si vede bene che hanno attraversato tempi migliori, che non sogni di rinnovare quel miracolo. A parte, forse, la Tate Gallery traslocata nel porto di Liverpool (ma dopo anni di pene) nessuno ha mai avuto successo.

Prendete la Lorena. Nessuna regione francese ha più titoli per dire di essere derelitta: prima abbandonata dalle acciaierie, un cimitero degli altiforni spenti, ridotti a ruggine e aspri ricordi; poi persino dalle caserme, vuote ora che il nemico non è più accampato dall’altra parte del Reno e non c’è da temere il ritorno degli unni. E’ rimasto dunque come unica speranza il modello Bilbao, versione francese: la Buona Novella è il Centro Pompidou che trasloca a Metz con le sue immense riserve di capolavori. La sfida di smentire la verità tenace secondo cui in questo Paese l’arte non ha posto fuori dalla sua capitale.

Ma un museo può davvero essere prima di tutto un investimento? Inquieta un poco, e stona, che prima di parlare di opere si parli a Metz di incassi, di flussi di visitatori potenziali, di collegamenti ferroviari e di bretelle stradali: dei settanta milioni di euro investiti nel costruirlo, versati dalle collettività locali, di destra e di sinistra una volta tanto unanimi nello sperare nel business artistico, di quanti visitatori saranno necessari ogni anno (si spera in 250 mila) per ammortizzare.

Già si mormora, inquieti, che per coprire il budget di 10 milioni di euro bisognerà aumentare le tasse. Thierry Jean che presiede l’agenzia di sviluppo economico di Metz Métropole mette le mani avanti: «Il Centre Pompidou in sé non crea ricchezza, l’idea è di appoggiarsi su di lui per aumentare l’attrattiva della città, ma i frutti si raccoglieranno nella seconda metà del decennio».

Bene. Ma chi saprà attendere? Per ora attorno alla costruzione, disegnata del team francogiapponese Shigeru Ban e Jean de Gastines, c’è soltanto il deserto. Nonostante qualche timida smentita ufficiale che parla di pratiche «in avanzato stato di valutazione» tutti i programmi immobiliari sono fermi nel quartiere dell’anfiteatro, venti ettari di cui il Centro Pompidou è la boa centrale. Il palazzo dei congressi che costa 60 milioni di euro sono solo fogli di carta, l’albergo di lusso non esiste, uffici, negozi, appartamenti, tutto è da costruire e soprattutto finanziare.

Ci si fa forza elencando i vantaggi geografici: un’ora e mezzo in Tgv da Parigi, al vertice di un grande bacino della Renania-Palatinato, Vallonia e Lussemburgo. È l’argomento su cui insiste il direttore, Laurent Le Bon, ex conservatore del Pompidou Parigi, inventore di eventi memorabili come l’esposizione sul dadaismo e lo scandalo di Jeff Koons a Versailles: «Ci sono milioni di abitanti di questa euroregione che possono venire rapidamente a Metz nella più grande superficie espositiva d’Europa».

Turisti tedeschi, svizzeri e belgi, venite dunque a salvare questa vecchia città-guarnigione. Per ora i commercianti si preparano seguendo con scrupolo i corsi di lingue organizzati dalla camera di commercio mentre gli uffici di traduzione lavorano sui menu per i ristoranti.

Si loda l’architettura sinuosa e candida dei 10 mila metri quadri di agorà artistica, inaugurati ieri da Sarkozy, ispirata a Shigeru Ban, maestro dell’arte povera, da un cappello cinese, la semplicità dei materiali, legno chiaro, vetro, metallo di colore bianco, la cupola coperta di teflon e capace di autopulirsi per evitare un antiestetico degradare verso il grigio. Stile, come si vede esplicitamente, ribelle rispetto alla casa madre parigina anche dal punto di vista estetico.

Qualcuno, iconoclasta o semplicemente birichino, già la critica paragonandola a un buffo fungo. Metz è in anticipo anche in questo su Parigi, ci sono voluti 33 anni perché qualcuno osasse mormorare che il Beaubourg è orribile. Metz non avrà opere sue, nessuna acquisizione: solo esposizioni, da quattro a sei per anno, già quindici in programma fino al 2013.

Il materiale lo fornirà Parigi, attingendo alle sessantamila opere che ha in deposito. Non c’è il rischio che Metz diventi un semplice fondo magazzino della sorella parigina? La prima mostra che apre oggi allude e polemizza: «Chefs d’oeuvre?» dove l’elemento essenziale è il punto interrogativo. Per ora è gigantismo puro: 780 opere, 5000 metri quadri, un invito a visitarla, vista l’enormità, a puntate.

Accolti dal più celebre dei bronzi di Maillol, La Méditerranée, si affoga tra Picasso e Chagall, Giacometti e Dubuffet, Man Ray e Malevitch, ma anche in una copia della Gioconda e in un falso David: l’avventura comincia.

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