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Prata d'Ansidonia è un comune della Provincia dell’Aquila, in Abruzzo.

Il patrono, San Nicola di Bari, si festeggia il 6 dicembre.

Frazioni: Tussio, San Nicandro.

Confina con i comuni di Barisciano, Caporciano, Fagnano Alto, San Demetrio ne' Vestini, San Pio delle Camere.

Paese della conca aquilana, dall'aspetto ancora medievale.

Nella parrocchiale di San Nicola, ricostruita in epoca barocca, è un notevolissimo ambone del 1240, proveniente dalla chiesa di San Paolo di Peltuino.

Da visitare la vicina area archeologica di Peltuinum, sita lungo l'antico Tratturo, con ampi resti delle mura urbiche (I secolo a.C.).

Il sito di Peltuinum, il cui territorio è oggi compreso nei comuni di Prata d'Ansidonia e San Pio delle Camere, è inserito in un paesaggio unitario: la lunga piana di Navelli mantiene quasi intatti i sistemi di comunicazione antichi (compreso l'asse tratturale) con tutti gli originari collegamenti tra castelli, borghi e pievi; è incorniciato a nord dal massiccio del Gran Sasso e a sud dal gruppo montuoso Sirente-Velino, vicino ai quattro grandi Parchi.

La collocazione territoriale, esaltata dalla consistenza monumentale, focalizza l'attenzione, trasferendo il suo antico ruolo di punto commerciale nella rete viaria della transumanza in un nuovo ruolo di polo turistico che unisce l'interesse archeologico a quello ambientale nella stessa centralità topografica che aveva fatto la sua fortuna nell'età antica.

La città di Peltuinum, fondata fra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. nel territorio abitato dal popolo dei Vestini, si estende su un pianoro sopraelevato rispetto all'Altopiano di Navelli emergente tra la valle dell'Aterno e quella del Tirino, naturali vie di attraversamento dell'Appennino Abruzzese.

La città aveva un ruolo, sia politico che economico, strategico nel controllo dei traffici commerciali legati ai percorsi della transumanza; anche in tempi più vicini a noi il pianoro era attraversato in senso E-O dal Regio Tratturo Borbonico, le cui strutture doganali si sono insediate sul sistema di ingresso della città romana.

La vita della città termina intorno al IV secolo, forse a causa di un terremoto più forte di quelli che si verificavano di frequente.

Alla fase di abbandono segue poi un'intensa attività di spoliazione del materiale edilizio, come confermano i numerosi frammenti di decorazioni architettoniche, capitelli, colonne, grandi blocchi calcarei, sicuramente provenienti dagli edifici della città romana, riutilizzati nelle chiese e nei castelli medievali della vallata (in particolare nelle chiese di San Paolo a Peltuinum, Prata d'Ansidonia, Bominaco).

Le ricerche tra passato e futuro

Le prime campagne di scavo nella città furono condotte tra il 1983 e il 1985, in collaborazione fra la cattedra di Topografia dell'Italia antica dell'Università "La Sapienza" di Roma, la Soprintendenza archeologica d'Abruzzo, la Comunità Montana e gli Enti locali.

La presenza di strutture emergenti dal livello del terreno nell'area centro-meridionale del pianoro, ha fatto sì che fosse data particolare attenzione a quello che poi si è rivelato essere un imponente complesso teatro-tempio, che riprende modelli architettonici e urbanistici tipici della Roma augustea.

Gli scavi misero in luce il tempio con il portico a tre bracci che lo circondava, e parte del teatro.

Tra il 1986 e il 1996, la Soprintendenza ha quindi realizzato lavori volti al consolidamento e alla valorizzazione delle strutture note.

Durante questo periodo si svolsero altre campagne di scavo che misero in evidenza il settore meridionale del teatro, su cui insisteva un piccolo apprestamento fortificato, interessante testimonianza della storia della Peltuinum medievale.

Tra il 2000 e il 2002 le campagne di scavo si sono concentrate nell'area del teatro, portando in luce parte delle gradinate per gli spettatori e del sistema di smaltimento delle acque meteoriche, le fondazioni della metà settentrionale dell'edificio scenico, la camera di manovra del sipario, il portico che chiudeva il complesso teatrale offrendo agli spettatori riparo dalla pioggia e dal sole in occasione delle rappresentazioni.

L'impegno degli anni trascorsi, oltre all'acquisizione di importanti dati scientifici, ha consentito di evidenziare le articolazioni architettoniche del complesso monumentale.

In prospettiva, come già accennato, c'è anche il recupero al complesso teatrale del castello medievale che, sfruttando ne le poderose strutture, sorse sull'antico ingresso meridionale e ne conserva all'interno resti importanti.

Non è da dimenticare che, accanto al risultato più evidente delle campagne di scavo, costituito dalla riacquistata emergenza monumentale, esiste tutta una serie di materiali di differenti caratteristiche che costituisce già il nucleo iniziale per un antiquarium dell'antica Peltuinum.

La distruzione della città romana di Peltuinum tra l'VIII e il IX secolo d.C., dà vita ai numerosi e piccoli centri della zona circostante: casali, vici, villae.

I diretti discendenti di Peltuinum saranno i Castelli di Prata, San Nicandro e Tussio.

Non sappiamo con precisione come venisse denominato questo insediamento all'origine: Il Chronicon Vulturnense riporta un giudicato dell'anno 1021 tenuto a Campiliano (diocesi di Valva) il quale riconosce beni e possedimenti al Monastero di San Vincenzo al Volturno tra cui quelli de "Peltino" ... "et de Villa S. Pauli".

L'esistenza, sul pendio di questo colle, di un insediamento stabile, organizzato ed autonomo (infatti possiede una propria chiesa) risulta da una Bolla corografica del 1112 del Papa Pasquale II, il quale nomina: "Ecclesiam Sancte Marie in Ancedonia" (Celidonio).

Nella bolla del 25 marzo 1138 al Vescovo Dodone di Valva, l'attuale Corfinio, il Papa Innocenzo II elenca tra i possedimenti di quella Diocesi: "Ecllesiam S. Marie et S. Pauli in Ansedonia".

Nel 1360, ci informa l'Antinori, era considerata insieme con San Nicandro, "ultima terra" della Diocesi di Valva.

Mentre nel 1389, dice ancora l'Antinori, apparteneva alla Diocesi Aquilana, come risulta da un documento che menziona un certo Angelo Abate secolare di San Paolo a Peltino della Diocesi Aquilana.

Neanche la "taxatio" di Carlo I D'Angiò nel 1269 nomina Prata, ma genericamente la "terra Sinitiensis et Tussi" che pagava una tassa di trenta once d'oro.

C. Franchi, però ci informa che "i casali della terra Siniziense comprendevano i casali di Sinizzo, Leporanica, Prata, San Demetrio".

Anche l'Antinori avanza l'ipotesi sulla denominazione: "Da contratto del 1301 si annunciano in Leporanica i beni di Pietro, di Paolo, della villa di San Paolo (Villa S. Pauli), e pare così denominata Prata".

La denominazione "Villa Prate" appare per la prima voltanella numerazione dei fuochi del 1508 (A. De Matteis).

Nel 1173 Prata, popolato da circa 48 famiglie, era feudo dei Domini Sinicienses insieme a Leporanica e San Demetrio, (Antinori).

Dalla seconda metà del XIV sec. a quasi tutto il XV sec., Prata risulta possedimento degli Orsini, Conti di Manoppello.

Nel 1529 fu assegnata, dal Principe Filiberto D'Orange, al capitano spagnolo Miguel de Betrian.

Dall'occupazione spagnola fino al XIX sec. è feudo dei Carosa, Del Pezzo, Quinzi, Nardis, Camponeschi.

Dopo l'abolizione dei feudi baronali per decreto napoleonico (1805), Prata è costituita sede di Comune con le due frazioni di Tussio e San Nicandro fino ai giorni nostri.

Fra le rovine venne edificata, nell'alto Medioevo, con materiali di spoglio, la chiesa di San Paolo, poi ricostruita nei secoli XII-XIII, all'interno sono notevoli due colonne con capitelli, romane, e alcune pietre scolpite risalenti ai secoli VIII-IX.

In località Castel Camponeschi si elevano i suggestivi resti del borgo fortificato omonimo, databile tra il XIII e il XIV secolo ma con interventi edilizi successivi, abitato sino agli anni '60.

Prata è di formazione medievale; dopo la ribellione della città dell'Aquila, del cui Contado era uno dei castelli, nel 1533 venne concesso da Carlo V al capitano Michele de Betrian.

Nel tardo Settecento apparteneva, col titolo di baronia, alla famiglia de Nardis dell'Aquila.

Nel comune esiste una Pinacoteca d’Arte Contemporanea con opere donate da artisti viventi e dagli eredi di artisti scomparsi.

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