Pin It

Bominaco è una frazione del comune di Caporciano, nella Provincia dell’Aquila, in Abruzzo.

A quasi mille metri d’altezza, attraversato il paese di Caporciano e lambita la sua frazione Bominaco, subito appare nitido il semplice profilo del prezioso Oratorio di San Pellegrino e volgendo lo sguardo poco più in alto, tra il verde dei pini, si scorge lentamente l’aristocratica mole della chiesa di Santa Maria Assunta, uniche testimonianze superstiti di quella che fu per lungo tempo una fiorente abbazia benedettina.

La frazione di Bominaco, dominata dai resti di un castello che insieme alle due chiese sottostanti, San Pellegrino e Santa Maria, formavano un monastero, Momenaco, esisteva già nel X secolo.

Chiesa di Santa Maria Assunta Eretta tra il XI secolo e il XII secolo; la facciata presenta un portale romanico mentre nella parte alta si apre una grande finestra con quattro leoni che sporgono; l'interno è diviso in tre navate, interessanti le colonne provenienti da edifici romani dell'antica Peltuinum.

L’Oratorio di San Pellegrino è stato ricostruito nella seconda metà del XIII secolo per opera dell'abate Teodino.

Il restauro dell'abate Teodino sulla precedente struttura architet­tonica rivela, inoltre, la chiara acco­glienza del gotico e anticipa in Abruzzo l'avvento di quello stile d'oltralpe.

Ma è nella pittura soprattutto che si rivela la creatività spirituale e teologica dei monaci artisti diretti dal genio dell'abate Teodino.

Temi e soggetti degli affreschi Gli affreschi furono concepiti come emanazione della stessa liturgia che i monaci celebravano nel coro conventuale.

Infatti vengono affre­scati i due cicli forti dell'Anno liturgico: il Natalizio e il Triduo pasquale, più gli apostoli e i vari santi che la comunità onorava nelle proprie chiese, come indicato nel calendario ivi dipinto.

Nonostante i pareri di alcuni stu­diosi gli affreschi seguono un filo logico e discorsivo sulla vita di Cristo; pongono nelle sezioni supe­riori il Vangelo dell'Infanzia, inco­minciando dal lato destro, con la scena dell'Annunciazione, per ter­minare sul lato opposto con la pre­sentazione al tempio di Gesù.

Nelle sezioni inferiori, la passione di Cristo, ha inizio nell'ingresso trion­fale a Gerusalemme per riprendere, poi, il Triduo propriamente detto, con la cena ebraica e terminare, sempre nel lato opposto, con la Sepoltura.

Né è stata una distrazio­ne del Maestro se le scene della Crocifissione e della Risurrezione non vi compaiono poiché gli affreschi in San Pellegrino non vogliono rappresentare un'esposizione con­sumata del Mistero della Reden­zione, ma ne provocano la mimesis liturgica, e proiettano nell'altare l'evento celebrativo.

Infatti, secondo il profondo intui­to della teologia monastica medioe­vale, è la comunità che attualizza la Crocefissione celebrando l'eucare­stia e rinnovando il sacrificio sulla Croce.

Come pure manca la scena della Risurrezione perché Cristo risorto è la comunità stessa, suo mistico Corpo, che vive nel tempo e annuncia la buona novella del Regno con la testimonianza dell'a­more fraterno.

La speran­za gioiosa si diffonde dal Regno dei cicli, e si irradia dalla deisis del Cristo seduto in trono con gli apo­stoli. Gli affreschi, come si vede, celebrano i contenuti essenziali della fede cristiana con chiarezza dottrinale e convinzione, con deli­cata sensibilità che contesta quanti definiscono il Medioevo cupo e macabro.

Noi crediamo che siano stati i monaci ad affrescare l'intero orato­rio; l'insieme pittorico esprime una simbiosi culturale e un'osmosi spi­rituale che soltanto la comune edu­cazione teologica e la medesima sensibilità monastica potevano pro­durre.

C'è negli autori, specie nel Maestro della Passione e in quello miniaturista, la consapevolezza del gusto estetico novello che, nella società altomedievale, ricercava un approccio sereno e umanistico col Divino e il ciclo bominacense rive­la una decisa corrente rinnovatrice.

In essi l'iconografia bizantina, rigida e fissa nei suoi canoni, si esprime in linee e forme più sciolte e più morbide; la verità espositiva, assimilata e illuminata dalla con­templazione, scorre equilibrata e serena, pur nelle scene più dram­matiche, in una sintesi armoniosa di fede, cultura e arte.

Il Maestro dell'Infanzia Questo maestro è così denominato perché è autore del ciclo dedicato alla narrazione sinottica dei Vangeli di Matteo e Luca e dipinge gli epi­sodi dell'Annunciazione e della Visitazione, il Ciclo propriamente natalizio e termina con la raffigura­zione della Presentazione al Tempio.

Riempie con le sue scene la sezione superiore delle prime due campate.

Il suo stile riflette un maggior influsso dell'arte bizantina, anche se equilibrata dalla utilizza­zione di elementi locali e occiden­tali. Sullo sfondo introduce paesag­gi o costruisce elementi architetto­nici per creare un minimo di movi­mento alla narrazione evangelica.

In questo monaco pittore si nota una raffinatezza aulica, che tiene conto di una tecnica secolare nel modo di affrescare. Anche lui conosce bene l'arte miniaturista.

Le figure sono lunghe e slanciate, conmovimenti contenuti ed eleganti.

Studia la simmetria e la utilizza nella Natività. Anche negli accosta­menti cromatici dimostra grande maestria, la sua arte rileva alto pro­filo culturale e delicata appare la sua sensibilità.

Il Maestro della Passione È il pittore che più ha dipinto nell'Oratorio.

Infatti, oltre le scene che lo identificano, la Passione di Cristo e di San Pellegrino, suoi sono i medaglioni con i santi e profeti, l'incontro di Emmaus, di San Martino, la deisis di Cristo in trono con gli Apostoli, i giudizi finali, le due facciate di fondo.

Nei suoi affreschi mancano sfon­di e ricercatezze eleganti, tipiche del precedente Maestro, usa colori cupi, come il contorno delle figure.

Dipinge le scene della Passione tentando di drammatizzarle, spin­gendo la pupilla nell'angolo del­l'occhio, ma il maggior effetto l'ottiene quando da compattezza ai corpi, accostandoli in un unico blocco, come nella Deposizione, quasi a sostenere insieme la pesan­tezza fisica di Cristo morto e la tri­stezza del gruppo.

Le scene sono crude, con un netto rifiuto del manierismo bizan­tino.

Ma è l'adeguamento fresco e immediato alla vita di ogni giorno uno dei lati più attraenti di questo pittore, come si può notare nell'abbigliamento di Cristo vian­dante a Emmaus, recante il bastone con un involto sulla spalla secondo l'abitudine paesana.

Ma notiamo pure il suo intuito teologico nella lavanda dei piedi, ove il Cristo, il Maestro, esprime la sua diaconia, il servizio nel proporre la salvezza a chi vuoi far parte del suo Regno, umiliandosi, davanti ai discepoli.

La lavanda dei piedi, infatti, oltre l'esempio pratico esplicativo dell'amore cristiano, anticipa l'umi­liazione della croce e il pittore raf­figurando il Maestro nel gesto di lavare i piedi degli Apostoli lo pone iconograficamente al di sotto delle figure degli stessi discepoli.

Altrettanto significativamente la scena è posta sotto l'accoglienza trionfale di Cristo a Gerusalemme.

Il Maestro miniaturista Sicuramente doveva essere il gran­de maestro nello scriptorium bominacense; possiede una conoscenza perfetta dell'arte della miniatura e con grande capacità la trasferisce in pittura monumentale senza nulla perdere del suo minuzioso e calli­grafico talento.

A lui dobbiamo il merito di aver dipinto il celeberrimo calendario dove, oltre alle indicazioni liturgiche, mostra grande sensibilità uma­nistica, inserendovi le raffigurazionidei mesi, gli influssi lunari e i segni zodiacali, segno della vasta e uni­versale cultura che animava la comunità bominacense.

Rendono completo il calendario i tondi degli influssi lunari, attualmente di diffi­cile lettura.Al miniaturista dobbiamo anche le figure dei patriarchii e dei profeti, sovrastanti i due semestri e in più la decorazione con motivi vari nei fascioni e nella parte alta della volta, completamente sintonici all'intero ciclo.

Il Calendario bominacense II Calendario nell'Oratorio di San Pellegrino era a uso liturgico della comunità bominacense come, d'altronde, si usa tuttora nei mona­steri benedettini che osservano un proprio Ordo celebrativo.

Nel medioevo prevaleva l'alta autorità morale di Montecassino e il Calendario bominacense ricalca le festività cassinesi. Mancano tutte le feste proprie della diocesi valvense, eccetto San Panfilo al 28 aprile, accolto come santo locale.

Ma al di là di questo aspetto il Calendario assume importanza per la cronografia monumentale.

Ogni mese è raffigurato da due quadretti, coronati in alto da arca­telle trilobate; nel primo con graziosissima maestria, tipica del miniaturista, è rappresentata la figura del mese, nel secondo, inve­ce, scorrono i giorni, divisi in setti­mane, con l'annotazione liturgica giornaliera e sopra, nello spazio creato dalle arcatelle, sono posti i segni zodiacali e le fasi lunari, di provenienza lontana e pagana, mentre le raffigurazioni umane delle attività di ogni singolo mese sono tipicamente medioevali e tro­vano una felice accoglienza nell'osservatorio del tempo e dello spazio con quella danza delle ore che i monaci scandivano con l'ora­zione costante - Ora - e con l'atti­vità lavorativa e culturale - Labora-.

Il calendario bominacense con­centra in un equilibrio mirabile tutti gli elementi cronografici del com­puto temporale e spaziale e rap­presenta uno dei più antichi e completi calendari monumentali dell'età medievale.

Si pensa questo edificio religioso sia stato eretto per ordine di Carlo Magno, poiché sull'architrave del rosone si legge un'iscrizione che lo riguarda.

tutti pazzi per la Civita

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna